Contenuto del libro:
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A cura di:
Bottegal Ennio, Bottegal Virginio, Dalla Torre Federico,
De Bastiani Padre Vito, Fontana Tarcisio, Zannini Giuseppe.
1631
SORRIVA E LA PESTE
1981-2005
NEL 25° DEL RIPRISTINO
DELLA PROCESSIONE VOTIVA
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“ALLA POPOLAZIONE DI SORRIVA
AFFINCHÉ NON DIMENTICHI
IL SUO PASSATO”
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PRESENTAZIONE
La Comunità parrocchiale di Sorriva ricorda quest’anno in maniera
del tutto particolare la secolare e festosa giornata de “San Dordi”.
Sono trascorsi 25 anni da quando vennero ripristinate le tradizioni
originarie che, oltre a dare maggiore solennità alle cerimonie, consentono
a noi di capire meglio il significato del voto e dell’impegno che i nostri
antenati assunsero nel 1631.
Il libro che vi accingete a leggere non è solo una raccolta, pur
interessante di testi e documentazione fotografica: vuole invece rendere
testimonianza della fede di una comunità che ha saputo stringersi tutta
assieme per affrontare la tragedia della peste.
Occorre conoscere la Storia perché essa è la nostra memoria e ci da
modo di riflettere anche sul nostro futuro.
Sovramonte, 12 aprile 2005
Armando Scalet
Sindaco di Sovramonte
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PREFAZIONE
Un giorno l’amico Tarcisio mi parla di un progetto grafico
che da tempo gli frulla in testa: fare qualcosa per i 25 anni della
“FESTA DE SAN DORDI” rinnovata.
Lo appoggio nell’iniziativa, sottolineando che sarebbe bello avere un
documento scritto per non perdere la memoria storica dei fatti e per
offrire alle nuove generazioni e agli ospiti un aiuto per capire il
contesto culturale, storico e sociale sorrivese.
L’idea si evolve e coinvolge altre persone: Bepi “de Paolina”, Ennio,
Virginio, Federico… Data la spinta iniziale il carro avanza, fa strada
e…ci si mette a sognare.
È bello lasciarsi contagiare dall’entusiasmo e dal desiderio di
conoscere e far conoscere agli altri le cose belle che ti fanno felice.
L’essere umano cresce e si arricchisce nella continuità delle esperienze
passate, presenti e future (siano esse positive o negative).
Quella che chiamiamo TRADIZIONE alle volte si presenta con un
aspetto negativo di semplice conservazione o imposizione di un modo di
fare, pensare o vivere.
C’è, però, lo spirito che anima la TRADIZIONE che è importante
saper cogliere e trasmettere. Questo passo è più difficile e rischioso per
tutti: di ieri e di oggi.
La vita e la morte, la salute e la peste, la fede e l’indifferenza, la
collaborazione sincera e l’egoismo gretto, la solidarietà aperta e
l’interesse individuale o di parte: tutto può entrare nel crogiuolo di una
tradizione.
“La menestra de San Dordi” ti prende nell’intimo e nel profondo e ti
fa lavorare, gioire, pregare, camminare, salutare e solidarizzare con gli
altri perché non viene da una persona ma da una comunità tipica
cristiano-sociale che è la Sorrivese.
Quindi ben venga un lavoro a “piovego”, pur con i limiti e i difetti insiti.
Il gruppo di amici desidera mettere per iscritto, divulgare e trasmetter ai
posteri un pezzo di storia che è sempre presente nel ricordo vivo della
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fede (processione da San Giorgio a Ponterra) e della solidarietà
(minestra e festa per tutti).
Il realizzare “la menestra di San Dordi” diventa un impegno concreto
e scuola viva per conoscere e perpetuare nello spirito e nel tempo quel
voto che altri hanno fatto ma che la comunità di Sorriva sente e vive
come attuale e moderno.
Padre Vito Leone De Bastiani
Parroco pro tempore
della parrocchia di San Giorgio Martire in Sorriva
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INTRODUZIONE
Il ricordo del passato, la memoria collettiva costituiscono quel
sottofondo culturale che distingue ogni comunità. Cesare Pavese amava
scrivere che chi dimentica il proprio passato è condannato a riviverlo e
un suo illustre predecessore, Marco Tullio Cicerone esaltava la storia
come maestra di vita. L’importanza del ricordo riveste, a nostro parere,
un elemento necessario affinchè l’identità di un paese non vada perduta
in una società che sta cercando di globalizzare e appiattire anche la
cultura.
Perdere la propria storia e le proprie tradizioni vuol dire rinnegare il
legame che ci unisce ai nostri avi e cancellare un popolo.
Una piccola comunità di montagna come quella sorrivese, lontana
dalle cronache ufficiali dei libri di storia, porta con sé il ricordo di una
tragedia lontana nel tempo ma vicina sempre nei cuori dei suoi abitanti:
LA PESTE
Da tempo c’era il desiderio di mettere assieme quanto scritto e
tramandato, nel corso degli anni, in merito al voto fatto dai Sorrivesi,
nel 1631, per uscire dalla peste che aveva colpito il paese causando la
morte di una cinquantina di persone.
Il lavoro di ricerca, frutto della collaborazione di un gruppo di amici
animati dalla passione, più che da velleità letterarie, consente di avere
un’idea della ricchezza del patrimonio storico e religioso della nostra
comunità sorrivese.
La stesura di questo manoscritto ha preso le mosse dalla ricerca e
raccolta di documenti storici depositati presso l’archivio della Pieve di
Servo e della Curia di Feltre. Essi costituiscono la testimonianza
dell’epoca e la base su cui si fonda la parte religiosa della festa
patronale “de San Dordi”. Non manca poi in questa prima parte lo
stralcio del dottor Jacopo Facen che, scrivendo allo storiografo Alfonso
Corradi, racconta della peste di Sorriva.
Una seconda parte del lavoro è dedicata alle tradizioni narrate e
portate avanti dalla nostra gente, tramandate di famiglia in famiglia.
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Guglielmo Cengia, coordinatore dell’ “Amico del Popolo” per il feltrino,
nel 1981 era giunto a Sorriva a raccogliere notizie sulla “menestra de
S. Dordi” e nel suo articolo descrive quanto aveva udito.
Non può mancare un cenno ai luoghi della memoria: la chiesa di
San Giorgio e la cappella di Ponterra, inizio e fine della processione, il
capitello della peste e il “pian dei mort” luogo della sepoltura.
Infine vengono ripubblicati gli articoli più significativi che in questi 25
anni sono stati scritti per il bollettino parrocchiale “IL SOVRAMONTINO”
sulla festa patronale “de San Dordi”. Dalla descrizione della processione
votiva, alla S. Messa a suffragio dei morti di peste, alla benedizione e
distribuzione della “menestra de S. Dordi” alle famiglie. Troveranno
spazio i nomi dei cappati, coloro che hanno reso solenne la celebrazione
mattutina del rito religioso, delle famiglie che si sono susseguite a
cuocere la “menestra”, dei personaggi che hanno consentito di fornire
un buon alimento, apprezzato da tutti, perché caratteristico e unico
nel suo genere. Non mancheranno i “coscritti” che attendono alla
distribuzione della sacra pietanza.
Si è deciso solamente di tralasciare la parte ricreativa che dal 1981
ha accompagnato la festa “de San Dordi” concentrando il lavoro
prettamente sull’aspetto storico-religioso e folkloristico.
La nostra speranza è che questo umile lavoro serva come testimonianza
alle generazioni future affinché continuino con orgoglio a tramandare e
celebrare il voto che i nostri avi hanno emesso.
Un gruppo di amici
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CAPITOLO I
LA STORIA: PRINCIPALI PATOLOGIE DI PESTE
Yersinia pestis(1). È l’agente eziologico della peste. Questa è
principalmente
una zoonosi che colpisce i roditori selvatici (topi, ratti,
marmotte, scoiattoli, conigli, lepri) e che viene trasmessa per mezzo
delle pulci. Il serbatoio del microrganismo è rappresentato dal suolo
contaminato da pulci e roditori morti. Nelle pulci i batteri si moltiplicano,
ostruendo la porzione superiore del tubo digerente (proventricolo), per
cui gli insetti li rigurgitano al momento del successivo pasto a base di
sangue. La malattia viene trasmessa all’uomo se la pulce non trova un
altro ospite disponibile; il periodo d’incubazione è di 2-7 giorni.
Yersinia pestis resiste alla fagocitosi(2) per mezzo di una sottile capsula
ed è capace di moltiplicarsi all’interno dei monociti(3), spostandosi lungo
le vie linfatiche. I linfonodi in prossimità del morso della pulce sono i
primi a diventare infiammati e ingrossati, costituendo i tipici bubboni.
Questi rigonfiamenti sono spesso localizzati alla regione inguinale,
ascellare o cervicale in quanto, nell’uomo, le gambe, le braccia ed il
collo costituiscono la sede più frequente di morsi da parte delle pulci.
Successivamente possono prodursi bubboni secondari, seguiti generalmente
da necrosi(4) suppurativa del tessuto linfoide e da una progressiva
distruzione dell’integrità vascolare; ciò dà origine ad emorragie in molti
organi e tessuti. Se non trattata, la malattia evolve nel giro di 5-10
giorni in setticemia(5) e talvolta in polmonite secondaria.
La peste bubbonica è caratterizzata da prostrazione, febbre elevata,
tachicardia e delirio, seguiti, nello stadio terminale, da shock e morte.
Nel caso di coinvolgimento polmonare l’infezione può trasmettersi da
uomo a uomo tramite le goccioline respiratorie, per cui il soggetto
contagiato manifesta una forma di broncopolmonite primaria a focolai
multipli. La peste polmonare ha un periodo d’incubazione che va da
alcune ore a 2-4 giorni e presenta un elevato indice di letalità (quasi il
100%) se non trattata precocemente.
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Nella forma polmonare la morte si verifica in meno di quattro giorni.
La diagnosi di laboratorio si effettua mediante coltura del materiale
aspirato dai linfonodi colpiti, dal sangue o dall’espettorato nel caso,
rispettivamente, di peste bubbonica, setticemica o polmonare.
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PESTE E DATE NEI SECOLI
La peste(6) è un inesorabile, allucinante, insostenibile male che ha
crocefisso l’umanità per millenni.
Non sappiamo se essa ha preceduto l’uomo sulla terra, comunque sia,
le scritture ed i più antichi testi cinesi o indiani come pure l’Iliade o
l’Eneide la citano a più riprese; ma è quasi impossibile separare il
mitologico dal reale.
Si pensa che quaranta epidemie, come alcuni affermano, avrebbero già
infierito prima dell’era cristiana, ma di questo non si è certi mancando
ogni descrizione.
Oggi(7) si sa per certo che la peste sia malattia originaria dell’Asia.
Essa avrebbe colpito le truppe all’assedio di Troia e i Filistei, come
racconta la Bibbia, in guerra contro gli Israeliti. Tucidide descrisse la
peste di Atene (430 a. C.), forse tifo esantematico, Tacito la peste di
Roma (66 d. C.) e Galeno quella Antonina (2° sec. d. C.).
La parola “peste” entra in uso nel XVII secolo circa per designare
tanto la peste che tutte le altre malattie endemiche.
Come ci sarà sempre possibile conoscere la storia di questa epidemia,
allo stesso modo ci sfuggirà il suo luogo d’origine, sul quale non si
possono formulare che delle ipotesi parzialmente verificate in laboratorio
attraverso le esperienze di genetica batteriologica.
541 - La peste di Giustiniano cominciò sul Nilo a Pelesa.
Qualunque sia stata l’origine di questa peste, essa percorrerà dal VI al
VIII secolo, in una ventina di ondate successive tutto il mondo allora
conosciuto. Per ancora due secoli la peste circolò portata da Costantinopoli
ai porti del Mediterraneo. Essa riapparve in Europa dopo un
silenzio di sei secoli.
1336/9 - A questo periodo risalgono le iscrizioni di tre tombe nestoriane
ritrovate nel Semiriechinsk.
1346 - La peste raggiunge in una sola volta Tabriz e Astrakan.
1347 - La peste raggiunge la Crimea e di là, attraverso Costantinopoli,
portata dalle navi mercantili genovesi, guadagna il Mediterraneo,
nell’Ottobre di quest’anno giunge a Messina da dove si diffonde
rapidamente in tutte le direzioni del bacino occidentale.
1348 - All’inizio di quest’anno la peste giunge a Ragusa, a Venezia, ad
Almeria. Da allora la peste è approdata in Europa occidentale.
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1349 - Nell’estate di quest’anno è colpita Vienna.
Da Genova invade la Toscana e la Svizzera.
1350 - La peste si diffonde nel Baltico e guadagna la Polonia e la
Russia Europea.
1362/75 - La peste si diffonde a Londra.
1390/1400 - Viene nuovamente colpita Firenze.
1575/1630 - La peste di Venezia.
1576/1630 - La peste di Milano.
1628 - La peste di Lione.
1629 - La peste di Montpellier.
1635 - La peste di Nimega.
1665 - La peste di Londra.
1720 - Marsiglia è nuovamente colpita.
1839 - La peste abbandona Costantinopoli.
1844 - La peste scompare dall’Egitto.
1855 - La peste covava nello Yiunnan ed avanzò verso Hong Kong che
colpì nel 1894.
1896 - Essa avanza verso Bombay e la raggiunge.
1897 - Viene raggiunto il porto di Suez.
1898 - Vengono raggiunti il Madagascar e l’isola Maurizio.
1899 - Vengono raggiunti il Giappone, l’est Africano, il Portogallo, e
S. Francisco.
1900 - Vengono raggiunti Manila, Sidney e Glasgow.
1908 - Viene raggiunta Honolulu.
1910/1911 - Focolaio della Manciuria, dove durante l’inverno di
quest’anno la peste polmonare fece in meno di tre mesi più di 50
mila vittime.
1911 - Viene colpita Giava.
1920 - Vengono colpite Marsiglia, Amburgo e Parigi.
Parallelamente a questa invasione marittima, che causò tra il 1898/1948
più di dodici milioni di morti nell’India altri focolai si erano ravvivati.
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LA PESTE DEL 1630-1631
Una grande peste nel 1630-1631 colpisce Venezia.
La guerra di Mantova porta a Venezia la peste, probabilmente
introdotta in città l’8 giugno 1630 dal marchese di Strigis, ambasciatore
del duca di Mantova all’imperatore.
Dapprima serpeggiante nell’estate-inverno del 1630, esplode poi nei
mesi successivi sterminando un gran numero di persone.
In poche settimane la peste dilaga con furia imprevista, i rimedi come
al solito si rivelano tutti vani, lo stato fa il suo dovere di organizzare ma
tutti sono convinti dell’assoluta inutilità di qualsiasi provvedimento.
Questa epidemia si estende verso il Feltrino.
Gli abitanti di Feltre, quando videro che c’era sempre maggior
possibilità di contagio, per evitare almeno in parte la pestilenza, elessero
quattro persone, due del corpo del Consiglio e due dell’ordine dei
cittadini, che dovevano custodire il passo della Chiusa, 15 giorni ciascuno,
per impedire che persone dall’esterno portassero la peste.
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Il Rettore ed i Provveditori alla Sanità assegnarono loro un ducato al
giorno al quale dovevano assicurare la difesa.
Nel mese di Novembre, però, si rese pubblico che la città di Venezia
era libera dal contagio, purtroppo durante i sedici mesi di infezione erano
morte più di diecimila persone.
Mentre la città di Feltre rimane intatta ed illesa, la peste giunge a
Sorriva per mezzo di un pecoraio: qui morirono circa cinquanta persone.
Il 4 marzo 1631 la peste colpisce Sorriva. Il piovano don Francesco
Todeschi racconta la drammaticità dell’evento.
TESTIMONIANZA DI DON FRANCESCO TODESCHI(8) PIEVANO
DI SERVO
“Adì(9) 1 agosto 1631
Sia memoria a chiunque leggerà questo libro o Cap. come alli quattro
marzo 1631 entrò la peste nella Villa di Sorriva qui in Sopra Monte et il
primo a morte fu Zanitto q. Marco prosperi, qual hebbi di peste
nelle (...)(10), et fu sepolto in serata sopra la Villa di Soriva e così si
tenne
20 giorni serata quella Villa di Soriva e dopo liberata alli 5
d’Aprile morse una putella e alli 6 un puto d’otto anni e li 7 ditto un
giovene grande tutti dell’istessa famiglia prosperi il che apportò gran
terrore alla città di Feltre (...) fù di nuovo da me Francesco Todeschi
piovano come feci li 4 marzo sequistrata quella Villa di Soriva e da
quelli di Feltre fu serrata tutta la Pieve di Sopra Monte et furno cavati
dalla sepoltura che io gli haveva datta nel cemeterio di S. Dordi in
Campagna et furno sepolti sotto S. Zorzi et essendo poi liberata la pieve
si posero guardie e circondavano tutta la Villa e alli 24 maggio fu di
nuovo serrata la pieve di Sopra Monte et il detto contaggio senza saputa
però dell’Ill.mo et Ecc.mo Sig.r Paulo Capello nuovo Podestà et Cap. di
Feltre qual’era a Vedana sopra i palli il N. inteso 55 vittime di peste
tutti corraggioso all’ordine de la mattina seguente vene di persona con
Signori sopra la Sanità ordinando le cose necessarie col far abbruggiar
certa mobilia e questo apportò grande consolatione e dopo fatti andar li
feriti alli Lazareti di paglia fece dar libera pratica a Sopra Monte: onde
chi vedessi passar l’egreggi vostre di operationi nelle quali questo
Clarissimo et Ecc.mo Paulo Capello si impiegò per far rimedio a questo.
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Si eminente pericolo di contaggione bisognerebbe assai tempo…….. però
facendo intendo dargli et attribuirgli tutti quelli detti di laudi et stimati
meritar simile sogetto conducendone quei in habiti a cavallo; da li 4 marzo
fino li 9 giugno Sono morti tra grandi e piccoli 44 quarantaquattro.
Nostro Signore ci liberi, ci scampi da simili sciagure e travagli.
Di Sua Ecc. Ill.ma
Umilissimo Servitore Francesco Todeschi piovano di Servo
Io Francesco Todeschi da Feltri Piovano di Servo siquestrai la ditta villa
di Soriva ed uno ho consegnato alla sanità, scrissi il presente contenuto
acciò sia in perpetua memoria.”
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La peste a Sorriva diventa per la città di feltre anche un problema
economico come si evince da questi riporti tratti da un registro di
spese.
SPESE DELLA PESTE(11)
- Per contadi al sig. Franch. Porta Cercochi per una mercede d’esser
stato a Soriva a veder il corpo morto de Zanetto De Prospero. de
Mand.
- Per contadi a (...) Giov. Solla per esser stato a Soriva per formar il
processo per l’occasion della morte di Zanetto de prospero De Mand.
- Per contadi a Franc. Biasio per esser stato a Soriva con il med. per
veder il corpo de Zannetto de prospero di Mand.
- Per contadi a (...) Giov. Grando per (...) da doi cavalli uno per il sign.
Franch. Porta Cervicho, l’altro per il fante per andar a Soriva de m.
- Per contadi a Piero Muffetto per spesa fatta all’ostaria da Zuane
Cargnel da Zorzoi di ordine dell’offitio della sanità per.
- Per contadi al sign. Franc. Porta Cervicho per esser stato a Servo per
veder i corpi morti in casa de Zuanne di prospero di mand.
- Per contadi a Zuanne Tessari official per esser stato con il sign. Sola
(...) a Soriva per detta causa di mand.
- Per contadi al sign. Giov. Solla per sua mercede d’esser stato a Soriva
mandato per l’occasioni de corpi morti in casa di Zuanne de prospero
di Mand.
- Per contadi a Berto et Mattio Munari per esser stati con cavali a
portar vettovaglie all’uomi di Soriva d.m.
- Per contadi al detto per esser stato a Soriva doi giorni per far sepelir
li doi corpi morti in casa in casa delli Marcheti d. m.
- Per contadi a Vettor Tramca per sua mercede d’esser andato a Servo
per l’aff. della sanità di mand.
- Per contadi a Zarmichiel Munaro per molto di una cavalcadura per
Franc. Biasio per andar a Servo et Soriva d.
- Per contadi a (...) Giov. Sola per sua mercede d’esser stato a Servo per
occasion della sanità con l’ill. Sig. Pod. e Provveditor et esser stato al
lazaretto a far il viso apperto della (...) di mand.
- Per contadi a Berto Munaro et compagni per il molto de quattro cavalli
per andar a Sovramonte con l’ill.mo Sig. Pod.à et s.s. Provveditori alla
sanità di mand.
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- Per contadi a (...) Giov. Calaisan speciaro per medicine portati alli
poveri feritti di peste da Sorriva di Mand.
- Per contadi a Franc. Biasio per pagar molto di cavalli (...) per andar
a Soriva con l’ill.mo sig. pod.à et s.s. Provveditori di Mand.
- Per contadi a Franc.o Biasio per sua mercede d’esser stato in
Sovramonte doi volte per la sanità di mand.
- Per contadi a (...) Giov. Sola per esser stato la seconda volta in
Sovramonte con Ill.mo Sign. Pod.à et Provveditori alla san.à d.m.
- Per contadi al caporal Vettor (...) da Fonzaso per pagar li soldati di
volta in volta che andavano alla custodia della villa di Soriva in
ragion (...) al giorno cadaun soldato d.m.
- Per contadi a (...) Vettor Valle da Zorzoi et colega per tanti spesi nel
spesar l’ill.mo sig. pod.à e s.s.proved.i canciliero et cavali per la villa
di Soriva.
- Per contadi a Matio D’incau deputato alla sanità in Sovramonte per
tanti esborsati alli poveri soldati di Fonzaso che custodino la villa di
Soriva di mand.
- Per contadi al caporal Vettor (...) per pagar li soldati andavano alla
custodia della villa di Soriva da rendiconto di mand.
- Per contadi a (...) Brandalise Brandalise a conto del suo onorario per
andar alla custodia della villa di Soriva (...) di mand.
- Per contadi al caporal Vigna per dispensar alli soldati da Fonzaso che
vanno a custodir la villa di Soriva.
- Per contadi al caporal Vettor Vigna per contar a soldati che custodivano
la villa di Soriva di mand.
- Per contadi a Marco Bal a conto delle sue mercede d’andar a Soriva
per far il sboro(12) delle robbe et case di (...) publico di mand.
- Per contadi a Lorenzo Biasio fante della sanità per sua mercede
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d’esser stato a Soriva con l’ill.mo sig. Franco Canton, proveditor per
occasion di far far il sboro delle robbe et purgar le case di mand.
- Per contadi a (...) Giov. Solla per sua mercede d’esser stato a Soriva
con l’ill.mo Sig. Franco Canton per dar principio a far il sboro alle
robbe et purificar la casa et metter quelli del lazaretto in altri casoni
di mand.
- Detto contadi a Marco Bal a conto di sua mercede de far il sborro
delle robbe a Soriva ditto mand.
- Detto per contadi a (...) Bort.o Bovio a conto di sue zornate di star
alla guerdia della villa di Soriva di mand.
- Detto contadi al caporal Vigna per sua mercede d’haver servito al loco
de Soriva per custodi.
- Detto contadi a Marco Bal per sua mercede d’esser stato al sboro delle
robbe di quelli di Soriva.
- 6 (...) 1631 contadi a (...) Bort.o Bovio per sua mercede di attender
a Soriva d.m.
- Per contadi al detto per esser stato a Sorriva di mand.
- (...) contadi alla moglie di Marco Bal custode a Soriva per far il sboro
delle robbe di mand.
- Per contadi a (...) Giov. Sola per esser stato a Servo a constituir
Pasqual de la cort (...) et spesi in portarli (...) di mand.
- Per contadi all’esattor del territorio per la montar di doi bene de
calcina data per servitio del lazaretto d.m.
- Per contadi a Christoforo Muran et compagni per laver fatto la fossa e
sepolto quel povero Marco all’ostaria Della Tore.
- Per contadi a Marco Bal per aver fatto il sborro delle robbe a Sorriva
di mand.
- Per contadi a (...) Bort.o Bovio per cui (...) per esser stati a Sorriva
di mand.
- Per contadi al Sig. Franc.o Centori per esser stato a Sorriva per la
sanità.
- Per contadi a Giv. Batta Todeschi per occasion di seppelir cadaveri a
Servo di mandato.
- Detto contadi a (...) Franc.o Porta medico per esser stato a Zorzoi per
off.o della sanità di mand.
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Per placare il contagio i Sorrivesi nel 1631 emettono voto solenne di
santificare tutte le vigilie delle feste comandate: le feste del Signore,
della Madonna, degli Apostoli e di San Giorgio. Il voto però è
troppo oneroso nei confronti dei lavori agricoli e l’anno successivo si
decide di commutarlo.
COMMUTAZIONE DEL VOTO
Lodde a Dio sempre amen.
“Adì(13) 24 gennaro 1632.
Comparse avanti a me pre Francesco Todeschi cittadino di Feltre e ora
Piovano di Servo la regola di Sorriva cioè Tomio de Cia, Gregorio dalla
Torre, Zandonà Ruro, Zuanne de Prosperi, Giacomo Baron, Vettor
quondam Gasperin de Cia, Gasperin quondam Menego Reat, Lorenzo
Dalla Torre, Zuanne quondam Antonio Reat, Menego dal Cortivo, Venzo
Reat, Bortolo Reat, ed a nome del suo Comun tutti da Sorriva, et
instorono questi tali a nome anche come di sopra che io piovano li
volessi dispensare dal suo voto che avevano fatto l’anno passato 1631 nel
tempo del contaggio, che fu nella loro villa di Sorriva, ch’era di far festa
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all’hora di nona o mezzogiorno, tutte le vigilie delle feste commandate
con trasmutarlo in qualche altra opera pia essendo ora tempo di
Giubileo. Io udita la loro onesta dimanda, li ho dispensati coll’auttorità
concessami in questo S(antissi)mo Giubileo prout m’inspirò lo Spirito
Santo. Fatta prima orazione insieme con questi di sopra nominati nella
parrocchiale di Servo doppo la messa, giorno di sabbato, come di sopra,
determinai, cioè, che per una volta tanto sia tenuto detto commune far
un antipetto a S. Zorzi in campagna Regola di Sorriva, bello, intagliato e
dorato con in mezzo (...) o come parerà poi a me piovano ed un camise
nuovo di lino con l’amito e cingolo e questo per una volta tanto. Di più
che sia tenuto detto commune di Sorriva per onorar il Divin
Culto santificar un giorno all’anno guardandosi da qualunque opera
servile o scandalosa e questo giorno si dedica la vigilia di S. Zorzi che
sarà li 22 aprile ogni anno in perpetuo e che siano tenuti andar alla
messa che sarà in tal giorno detta dal R.do Sig. Piovano o da altro
sacerdote ed applicata per l’anime di quelli morti dal contaggio e seppolti
in Pontera ed andar alla processione che si farà avvanti o doppo la messa,
cominciando a S. Zorzi ed andar per Soravigo sino sopra li corpi che
furono sotterati in tempo di peste in Pontera ed ivvi si dovverà cantar col
De profundis un Circumdederunt con Libera me Domine colle orazioni
de defunti, alla qual messa e processione dovverà cadauno o almeno uno
per casa esser presenti, non essendo legitimamente impediti e per onorario
del predetto Reverendo Signor Piovano sia tenuto il zurato di Sorriva dar
al predetto Signor Piovano a ragione di soldi quattro per fogo siino pochi
o molti che s’attroveranno in detti tempi ed in caso che il detto giorno
deputato cadesse in domenica, s’abbia il sabbato da far la predetta festa,
processione e messa, ed il Signor Piovano sia tenuto a publicar il detto
obbligo la domenica avvanti, acciò tutti possino esservi presenti.
Dato in Servo e pubblicato alla presenza di detti uomini promittenti per
il loro comune già notati e di S.r Martin quondam Piero Tessaro, Niccolò
dalla Corte di Servo, Antonio de Bortoli d’Aune e Mattio Corrent da
Salzen testimonii a ciò chiamati e pregati il giorno predetto.
Io Francesco Todeschi piovano sudetto scrissi e pubblicai.
In quorum fidem etc.
Ed in caso che piovesse, che non si potesse andar colla processione in
Pontera s’abbia da far attorno la Chiesa di S. Zorzi ed ivvi dir le predette
orazioni per le predette anime.”
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Il voto viene confermato davanti al vescovo Andrea Minacci durante
la visita pastorale del 1760.
CONFERMA DEL VOTO
L(ode) [a ] D (io) S(empre)
“Adì(14) 23 aprile 1745 in Servo
Presenti come testimoni Don Vettor Collesei di Lamon ed il S.r Francesco
etc. il S.r Lorenzo Sauri (?) dalla regola di Zorzoi etc. costituiti etc.
appresso di me sottoscritto nodaro m(esser) Vettor, Donà De Cia, Zuane
figlio di Vettor Reat [sic] , Antonio De Cia quondam Andrea, Giovanni
Maria quondam Bortolo Dalla Torre [sic], Gaspero quondam Lorenzo
Dalla Torre [sic], Bastian figlio d’Andrea De Cia uomini scelti e
rapresentanti la comunità di Soriva, come appare dala (...) che tengono
dala loro comunità del dì 27 settembre (...) (...) qualmente essendo
obligata la loro comunità col (...) di loro beni presenti e venturi che
un’antica obbligazione di far celebrare una messa cantada ogni mese
nella loro chiesa figliale di S. Giorgio di Soriva. Perché però col progresso
del tempo non possa andar in oblivione detto obligo legatario, congregata
la loro regola nuovamente s’obligarono et s’obligano di far cantar una
messa al mese incominciando il giorno di S. Giorgio il dì 23 aprile nel
qual giorno doverà il Rev.mo Sig. Arciprete di Servo o vero altro
sacerdote sostituito da lui a suo piacere applicare il sacrificio per la
suddetta comunità e così di mese in mese cantare la suddetta messa in
tal giorno che verrà S. Giorgio o pure in altro giorno a comando del
Rev.mo Sig. Arciprete dovendo la detta messa esser prima pubblicata
nela chiesa arcipretale di Servo di volta in volta.
Si obliga pertanto la sudetta comunità di Soriva come asseriscono et nel
nome della sudetta s’obligano li sudetti rapresentanti in ordine ala
balotazione che [126] passò a pieni voti nella loro regola il dì 27
settembre prossimo decorso con la presenza del molt[o] Reverendo
Sig. Don Giacomo Cornaro ed il Sig. D. Francesco Piolo (?) si obliga di
corispondare al Reverendissimo Sig. Arciprete di Servo che sarà pro
tempore L. 4 al mese perpetuamente con obligatione di cavare ogni anno
un uomo dela lor regola per riscuotere e corispondare detto soldo al
Reverendissimo Sig. Arciprete.
L’oblacione o sii offerta che si farà in tal giorno alla messa cantata
Pag.36
doverà essere come è sempre stata del Reverendissimo Sig. Arciprete
senza pregiudiuci dele L. 4 al mese.
Item nel giorno nel cui caderà la vegilia di S. Giorgio nel qual giorno il
Reverendissimo Sig. Arciprete è tenuto cantare la messa e far la
processione nel cimitero di Pontera dove essendovi all’hora il lazaretto
furono sepeliti i morti dalla peste l’anno 1631, doverà la sudeta comunità
corrispondere soldi quatro per fogo giusto l’anticho uso et obligatione al
sudetto Reverendissimo Arciprete, qual soldo doverà esser riscosso dal
giurato di Soriva anticipatamente per essere corrisposta nel giorno
medesimo dela funzione.
Alle quali cose sempre piacendo il Rev.mo Sig. D. Giovanni Vetore de
Mauri Arciprete di Santa Maria di Servo ed udito il tenore delle giuste
suplicationi di suoi fedelissimi (?) parochiani di Soriva nella meglior forma
che può ed ha potuto, accettò per sé e successori suoi col (...) .
Con questo che resti obligato il sudetto comune (...) (...) al pagamento in
corso [127] come s’obligarono et s’obligano in forma li sudetti uomini
per parte e nome della loro comunità et sotto solene et general obligatione
di tutti loro beni presenti e venturi (...) et ciò a lode et gloria del Signor
Iddio.
Io Giovanni Andrea quondam Galeazzo Crichi (...) di Feltre (...) ho scrita
ad alla presenza deli detti testimoni pubblicata ed estrata la presente e
registrata nel presente clastico.”
“Ill.mus et R.mus in Cristo Pater et D. D. Andreas Minacci Dei et
Apostolice Sedis gratia episcopus Feltrensis et comes e partibus hinc
inde sommarie auditis, videlicet Admodum Reverendum D. Ioanne dei
Batoli archipresbytero Servi et deputatis actualibus ville de Surripa
parochie Servi, decrevit et declaravit scripturam rogatam per S (er)
Ioannem Andream quondam D. Galeazzi Chrichi notarium publicum diei
23 aprilis 1745 fore et esse confirmandam et approbandam prout ipsam
confirmavit et approbavit suumque iuditiale decretum interposuit pro
eiusdem inviolabili conservatione et ita (...) .
Datum Servi in visitatione diei 31 mensis maii 1760.
[sigillo di cera sotto ostia di carta] Andreas episcopus Feltrensis.”
Pag.37
L’arciprete è tenuto a presiedere a Sorriva la vigilia e il giorno di
San Giorgio.
REGOLA GENERALE PER L’ARCIPRETE
Il(15) dì 22 aprile vigilia di S. Giorgio si celebra Messa nella Chiesa di
Soriva, poscia si discende processionalmente nel cimitero de morti, (...)
pestis 1631, (...) si fanno le solenni anniversarie requie de morti, ed il
massaro della chiesa di Soriva corrisponde al rev. Sign. Pievano (...)
La sera di detto giorno si canta il vespero nella detta chiesa, e dopo si fa
solenne benedizione della Fava(16) che si distribuisse ai poveri ed il massaro
corrisponde (...) dodici stadi (...) e una fuggazia, o (...) di zurento.
Il giorno di S. Giorgio funzion solenne nella chiesa di Sorriva, l’obblazione
è del rev. Sign. Pievano.
Le indicazioni del medico Zaccaria Dal Pozzo(17), incaricato di debellare
la peste di Sorriva rivivono negli scritti del dottor Jacopo Facen.
IL DOTTORE JACOPO FACEN(18) RIPORTA, SULLA PESTE A
SORRIVA(19), IL LAVORO DEL SUO ILLUSTRE PREDECESSORE
ZACCARIA DAL POZZO.
“Lana, aura et linum captan contagia pestis;
ignis, furca, aurum sunt medicina mali”.
Prefazione
Si compiaccia, egregio professore, intraprendere meco per poco un
pellegrinaggio in ispirito, e visitare un romitaggio nell’altipiano del
Sopramonte. Dopo faticosa ascesa vi comparisce all’improvviso uno
spazio o panorama, che rallegra l’occhio e solleva lo spirito dalle
opprimenti vedute dei sottoposti burroni. Ma procediamo solleciti nella
nostra peregrinazione, né ci lasciamo sorprendere dal panico pel
passaggio di irti dirupi, di frane precipitose e di acque impetuose.
Eccoci al punto.
Nel seno di queste maestose Alpi Rezie-Trentine si apre la grande
vallata del Cismon che, dalle alte giogaje di Cima d’Asta e di Predazzo,
discende precipitoso nel fertile territorio di Primiero; che lo attraversa e
divide da tramontana a mezzogiorno; quindi si restringe nel punto del
Pag.39
valico confinario fra il Trentino ed il Veneto, che è Montecroce. Quivi si
allarga di nuovo e distendesi a Nord-Sud in mezzo ad alti monti,
attraversando per mezzo il distretto di Fonzaso fino allo sbocco nel
Brenta.
Lì due altipiani, l’uno a destra del fiume, Lamon, e l’altro a mancina,
Servo, sono separati da un profondo burrone fino al Ponte della Serra,
nel cui fondo discorre il rapido ed impetuoso fiume-torrente Cismon, che
dà appunto il nome alla vallata.
Noi veggiamo intanto, che da Fonzaso per Pedesalto fino al Ponte della
Serra si percorre una sola via ruotabile non disgiunta però da pericoli
per roccie scoscese, misurando un cinque chilometri di corso. Qui poi si
biforca in due, l’una a sera, che ascende e passa per Lamon e Primiero;
e l’altra a mattina, che si dirige verso il Sopramonte. Come si scorge ad
occhio, quest’ultima è più disastrosa e difficile; ma pure proseguiamo
per questo sentiero e saremo compensati da sorprendenti vedute, che
cangiano scena ad ogni svolta di via. Valichiamo il riottoso torrentello
Lausor, e guadagnamo la ripida erta del Sentà fiancheggiata da ridenti e
fertili vigneti. Superata, infine, la faticosa ascesa, fermiamoci alquanto e
prendiamo fiato al coperto di questa umile Cappella che ad uso di
santuario, precede di alcuni passi la villetta di Sorriva, scopo della nostra
escursione. Oh! Come da questo punto si domina l’altipiano di Lamon e
di Servo, che sembrano essere stati una volta uniti ed ora di gran lunga
disgiunti dal fiume di mezzo. Oh! Che magnifico panorama! Ei ci
compensa ad usura della nostra fatica. Guardando al sommo della porta
di questo capitello, noi vi leggiamo una rozza ed espressiva inscrizione,
che ricorda un fatale avvenimento e diè motivo alla sua pietosa erezione.
1631
«Era Sorripa un dì, com’or fornita
«D’abitatori, ove arridea fortuna;
«Quand’ecco dall’alto una peste infierita
«Serpeggia intorno, che d’estinti aduna
«Cumulo enorme, e già d’ognun la vita
«Sta in atto di troncar parca importuna
«Tu, che in tempo rimiri il crudo scempio,
«Paventa e trema al memorando esempio.
Sappia dunque, egregio professore, che per ispargerne un po’ più di luce
su questo fatto, mi sono dato la pena di indagare le cronache patrie, né
tornarono vane le mie indagini. Difatti, mi capitò fra mano un antico
Pag.40
manoscritto di un celebre medico ed accademico Veneto, Zaccaria Dal
Pozzo(20), il quale fioriva nel seicento, nipote che fu ad altro Zaccaria di
Feltre, già rinomato professore all’università di Padova nel XV secolo.
È questo un trattato inedito delle malattie epidemico-contagiose, che
dominavano in europa alla sua età. Ora nei quaderni di questo chirografo
è registrata appunto la storia della peste bubonica, che infierì nel 1631 in
codesto villaggio. Questo scritto era diretto dall’Autore, in via di
Relazione o di Rapporto, all’onorevole Municipalità di Feltre, da cui
aveva già ricevuto l’incarico di visitare ed assistere alla dominante
pestilenza nella villa di Sorriva. Quindi è che, per offrire un saggio sul
modo di ragionare. di scrivere e di curare che adoperava il Feltrese Dal
Pozzo, noi qui riporteremo per esteso e nella sua forma ortografica la di
lui Dissertazione sulla peste che imperversava ai suoi tempi nella
borgata di Sorriva, piccolo paesello montuoso del territorio di Feltre, che
giace sulla sponda sinistra del Cismon, grosso e torbido confluente del
Brenta.
Questa villetta, posta sopra l’altipiano del Sopramonte, tutta unita e
disgiunta da altri villaggi od abitati, appartenente ora al distretto di
Fonzaso, non conta a1 presente che verso 800 abitanti, i quali sono tutti
villici dediti ai lavori campestri, durante la state e girovaganti per le
Venete provincie o pel limitrofo Trentino per varie industrie, od emigranti
all’estero ai lavori ferroviari, onde procacciarsi di che vivere per sé e
famiglie. Non tornerà fuor di proposito lo annoverare anche questa
memoria fra le tante, che la S. V. ha richiamato a vita nella celebratissima
storia delle epidemie e contagioni antiche, ed invitare l’attenzione dei
medici italiani sopra le idee patologiche del nostro secentista intorno alla
peste bubonica, che serpeggiava allora per le nostre terre, e rivolgervi i
nostri studi in questo momento appunto, in cui la terribile peste orientale
minaccia di travalicare i mari e battere alle nostre porte surrogando le
stragi del morbo indiano. Le farò infine conoscere, che questa Relazione
è compresa nella grande Opera del Dal Pozzo, la quale porta in fronte lo
strambalato titolo: - Pitone serpente, infuriato, crudele, esecrabile,
infesto, dagli strati di Apollo, Dio della medicina superato e vinto.
Questo libro, scritto col tronfio stile del suo secolo, è diviso in tre parti:
La prima parte, o Trattato, come egli lo chiama, versa sui segni o chiari
indizii (sintomi) delle malattie bubboniche o pestilenziali, accennando fra
questi i bubboni, gli antraci o carbonchii e gli esantemi od efflorescenze,
papule, pustole, macchie o petecchie, e febbre ardentissima.
Pag.41
Nel secondo Trattato parla del metodo profilattico o preservativo contro
il contagio suddetto.
Nel terzo poi discorre della cura, tanto universale che particolare della
peste, del contagio pestifero e di altri morbi epidemici.
Questo autografo porta la data dell’ottobre dell’anno 1631. Io qui glielo
trascrivo tale e quale a memoria del fatto.
QUELLO CHE SI DEVE OSSERVARE PER LIBERARE LA
VILLA DI SORRIVA GIÀ APPESTATA.
“Essendo stata travagliata ed afflitta dal contagio la povera ed infelice
Villa di Sorriva di questo territorio dal principio di aprile prossimo
passato sino al presente, che per l’immensa misericordia del Signore
Iddio si vede essere cessato, non essendo morto alcuno da 20 e più
giorni (30 giugno 1631), et desiderando l’Ill. sig. Podestà e Corpo con
gli M. Ill. et Ecc. SS. Proved. alla sanità di questa città, miei collega che
quanto prima s’habbia a provedere, e con alcun accurato modo procurare
Pag.42
la libertà delle genti della detta Villa, acciocchè con sicurezza se gli
possi dar prattica, et venendo assegnata la pratica degli Ill. Sig. Podesta
et Capo et miei Collega a me Zaccaria Dal Pozzo medico fisico di por
in penna quel tanto ch’io potessi giudicare esser necessario per procurare
tal liberazione. Io adunque esseguendo gli loro comandi ho voluto notare
gli infrascritti ordeni da doversi accuratamente osservare, si circa
assegnare contumatia alle genti di detta Villa, come purificar case, sborar
robbe, et fare tutte quelle cose che circa ciò potessero essere necessarie
per procurare del tutto la sua salute.”
“Laonde, mentre fossi stato disposto et determinato da questo Magistrato alla
sanità di fare alcuna provisione per pro’ et beneficio della prefata Villa,
giudicarei, che prima fosse necessario di venire in cognizione del stato
presente, nel quale si vivono quelle genti, et quale possi essere quello delle
case et ancora quello delle cose et ancora delle robbe d’essa Villa.”
“Quanto al stato degli huomini, se bene vado perscrutando col mio
giuditio, vengo in cognitione questi ritrovarsi di due condizioni. L’uno
ch’hanno trovato il contagio et sono rimasti sani (conditionatamente
però), non vedendosi massime venir travagliati al presente da alcun
accidente, ma potendo il seminario del pestifero contagio star lungamente
nascosto in alcun corpo per lungo tempo; (anzi come asserisce Marsilio
Ficino nel XIV capo della sua Antidoto Epidemico, per lo spatio di doi
mesi) senza alcuna sua lesione et offesa, che non altrimenti si può far
sentire, sicome ancora per longissimo spatio di tempo l’istesso può fare
il veleno del can rabbioso. Per il che li loro corpi ancora possono essere
sospetti, massime che possono confermarsi nelle vestimenta, nelle porosità
cutanee, nelle vie ample et nelle loro vene siccome ancora nelli capelli,
peli et barba il fomite del pestifero contagio, il quale di nuovo facilmente
può risorgere et pullulare, siccome tante volte s’ha osservato, essere
accaduto; del che ne fa ampla testimonianza l’istesso Marsilio Ficino
nella prefata sua Antidoto Epidemico alli capi XIV et XXIV.”
“La seconda conditione degli prefati huomini sarà che molti di quelli
saranno stati oppressi dal detto contagio; ma ancora non saranno del tutto
redotti a perfetta sanità, posciachè al giorno d’hoggi tutti gli accidenti et
senthoma del contagio non sono del tutto partiti; anzi ancora vengono
quelli diversamente travagliati; potendole scaturire dagli bubboni istessi
et dagli carboni la sanie et marza che suole apportare il pestifero
contagio, li seminarii del quale (recrudendo) possono a questi senza
alcun dubbio, cagionargli la morte.”
Pag.43
“Et la terza condizione sarà, che molti di quelli huomini (per il
Signor Iddio) sin hora non hanno avuto mal alcuno, essendosi questi
immediatamente ritirati altrove, discosti dalla prefata Villa con lo
abbandonare le proprie loro case et habitazione, pigliando le pilole del
ceto longi et tardi.”
“Quanto agli primi (per esser questi fatti sani) dovendosi purificargli
immediate farvi che fossero lavati con l’acqua calda mescolata con l’aceto,
et ordinarvi che fossero suffumigati più volte con suffumiggi odoriferi,
come co’ ginepree, le sue bacche e quelle del lauro, et farvi che lasciate
le loro antique vestimenta fossero vestiti di nuovi drapi netti et mondi
(levati primariamente dagli cassoni, dove si ritrovano al presente) et così
modificati, suffumigati, et neti si faranno passare in altri cassoni fatti di
novo di tavole, et in quelli si potrà far assegnare una contumatia di 40
giorni continui, et tutte quelle robbe, cioè letti, coperte,drapamento di
ogni sorta, delli quali si fossero servini negli prefati primi cassoni, con
tutti gli abiti et vesti ch’averanno deposte, immediate si faranno o
abbruciare irremissibilmente, dovendo oltre di ciò commettere sopra la
vita a cadauno di loro, che no habbiano a praticare, né mescolarsi insieme,
ma saranno disgiunti l’uno dall’altro, per tutto il prefato tempo degli 40
giorni, et in questo mentre, quando non succedessi alcun incontro sinistro,
si dovrà a questi assegnarle un’altra contumatia et obedienza, nei
luochi, che più a basso si determinerà.”
“Li secondi, li quali non del tutto son rimasti sani (come di sopra s’ha
detto) consiglierei, che non s’havessero per hora da levare dagli cassoni,
negli quali al presente si ritrovano, ma consigliarvi, che in quelli fossero
trattenuti et medicati, sintantochè si potesse osservare l’esito et il fine
del loro male, le quali s’in questo mentre dalla sua forza fossero estinti,
doveranno conseguire la contumatia et separatione dal consortio degli
huomini perpetuamente, et doveranno essere sepolti conforme all’ordinario,
in profondi fossi nudi et coperti prima di buona quantità di calcina viva,
et poi di terra benissimo sbattuta; et mentre fosse nel piacer del Sig.
Iddio di conservargli in vita, et rendergli la loro salute, allora ancor questi,
cavati dagli loro cassoni nudi, si faranno (siccome ho detto degli primi)
lavare et diligentemente suffumigare, et mutati di vestimento mondi et
neti in altri cassoni fatti a novo, come s’havverà fatto agli altri primi, se
gli assegnerà la solita contumatia degli giorni 40, et parimente li letti,
drapamento et vestimento lasciati negli cassoni antiqui, et ogni altra
sorte di supeletili, si faranno abbruciare, et hallora c’havverranno
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terminata la loro contumatia negli cassoni, che ultimamente gli saranno
stati assegnati, se gli doverà assegnare un’altra contumatia et obedienza,
siccome si dirà”.
“Gli huomini poi della terza condizione, che sono quelli a porto, che per
grazia del Sig. Iddio sin’al presente si sono conservati sani, né hanno
patito danno alcuno del contagio, essendosi questi absentati dalle loro
case della detta Villa, et ricoveratisi per quelli terreni et luochi remoti,
lodarei che questi non fossero altrimenti mossi per hora dagli luoghi
dove s’attrovano (negli quali hanno goduto un tanto bene, et si sono
preservati in buona sanità), sintanto che succedesse il tempo opportuno
di ritornargli nelle loro case nella prefata Villa, siccome si dirà poi.”
“L’istesse condizioni vado scorgendo, che si ritrovano nelle robbe et
supeletili et nelle case ancora della detta Villa (sicome s’ha scorto nelle
persone).”
“Essendovi massime in queste 12 case infette di maggior contagio et
sospetione (dalle quali sono stati portati fuori molti cadaveri et morti
molti appestati) et altre case della detta Villa (etiandio in maggior numero
da peste discoste) nelle quali mai è morto alcuno, essendo fino dal
principio del contagio doppo la proibita dei suoi habitatori rimaste chiuse
et serrate. Per il che le robbe et supeletili, che si ritroveranno in quelle,
giudicherei et con ragione, che no dovessor esser stimate di sospetto,
sicome quelle delle prefate 12 case infette.”
“Delle quali 12 case sospette di maggiore infetione, per levarsi et
rimovere ogni pericolo di potersi portare et difondersi li seminari pestiferi
altrove, accuratamente si riguarderà che le robbe rimaste nelle prefate
case no vengano trafugate et portate via; ma queste quanto prima con
ogni minima strazza, minimo neo di bombaso et piccol filo, dovendosi
avanti di ogni altra cosa cavar fuori di quelle tutti gli letti di piuma,
come di lana, tutto le pellizze ed altre coperte di pelle, quali cose immediate
si faranno abbrucciare insieme con gli lenzoli, et ogni altra sorte di
drapamenta, negli quali, ovvero appresso ai quali fossero morte persone
del pestifero contagio.”
“Le lettiere, banchi, casse, cassette, tavole et ogni altra sorte di legname
vecchio, scabroso et immondo, sopra e appresso le quali fossero morte
persone; ancor queste si faranno abbruciare, potendo queste massime
conservare li seminarii del contagio, et comunicarli ad altri. Ma le tavole
monde, nove, pianate, casse, scagni, careghe non impagliate, botti,
mastelli, tine, carettelli, tinozze et simili, così si faranno portare all’acqua
Pag.46
corrente, et per tre o quatro giorni immersi in quella si lascieranno et poi
diligentemente si fregheranno, et per 20 giorni si lascieranno al sole, al
vento, all’aria et alla pioggia, profumandoli et suffumigandoli conforme
agli prescritti di Marsilio Ficino allii capi 24 et 25 dello suo Antidoto
epidemico, et così purificati, vado sperando che resteranno sicuri
dall’infezione, sicome vado credendo ancora ch’anderà sicura ogni sorta
di ferramenta, mentre sarà lavato con l’acqua salsa, o coll’aceto più
volte, ovvero mentre sarà purificato col fuoco.”
“Li lenzuoli, mantili, tovagliuoli, camise di lino, di canape, sacehi et cose
simili, veste di lana da huomo, da donna et di bombaso, mentre fossero
ritrovate ben riposte nelle casse, né alcun appresso di questo fosse morto
dal contagio, né meno da questi fossero state maneggiate, consiglierei
che fossero portate all’acqua corrente, et negli cestoni fatti come i vinari
ovvero nelle casse forate (acciò gli potesse entrar et uscir l’acqua)
benissimo legate con sache si lasceranno per due o tre giorni benissimo
scorrergli sopra l’acqua, et cavato, che da quelle sarà poi la drapamenta
di tela, si farà diligentemente lavare, saponare et più volte lisciare co’
liscie forti di cenere di quercia et calcina viva, et poi si lascierà
asciugare al sole, all’aria et al vento per il spatio di 28 giorni, col
suffumigarla più et più volte con ginepro le sue bacche et altri arromati,
et così vado sperando, che tal drapamento resterà purificato et libero da
ogni sospetto.”
“Li drappi poi di panno di lana, di bombaso et simili, mentre saranno
lavati dagli prefati cestoni o casse forate, si doveranno co’ buoni stangoni
diligentemente sbattere (come si fa della lana ovvero dagli tintori degli
panni li rattori in Venezia) più e più volte et dopo si laveranno all’acqua
corrente diligentemente, et si lasceranno asciugare dal sole, all’aria et al
vento, suffumigandoli più volte con gli prefati suffumigi dovendosi
lasciargli sventolare per il corso parimenti degli prefati 28 giorni, et così
vado credendo che tali panni resteranno parimenti purificati.”
“Mentre poi nelle prefate case infette si ritrovassero ordinanti, così di
lino, canape, come di lana et di bambaso, et trame per far tele, ovvero
panni o mezzalana, tutte queste cose immediatamente s’abbrucieranno,
vedendo massimo scritto da sapienti, che queste cose possono ricevere li
seminarii del contagio conservarlo lungamente e comunicarlo ad altri.
Per tanto Marsilio Ficino lasciò scritto nella prefata sua Antidoto
dell’epidemie al capo XXIV sopradetto:
“Sicuti oleum est nutrimentum ignis, sie et lana veneni pestilensis.
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“Et quel saggio poeta egregiamente cantò co’ suoi versi, referendo le
cause del contagio, mentre così disse:
“Lana, aura et linum captant contagia pestis: ignis, furca, aurum sunt
medicina mali. (schola salernitana)
“Per il che con ogni accuratezza si doverà far osservare a quelli che a tal
purificazione saranno destinati, sotto gravissime pene che non venghino
commessi furti, latrocinii, né meno trafugata cosa alcuna delle prefate
robbe, le quali dispensate potrebbero apportare et communicare altrove
l’infetione; laonde sotto pena della forca si commetterà a cadauno che no
habbi a trasgredire cantandosi circa ciò: ignis, furca, aurum sunt
medicina mali.”
“Le prefate 12 case infette poi (mentre non si volessero far purificare col
fuoco, facendole abbruciare tutte, cosa veramente che riuscirebbe più
sicuro et più espediente) liberate, siccome ho detto, da tutte le loro robbe,
et immonditie, direi che da uomini a quest’effetto destinati, con fetidi
suffumiggi, posti negli scaldaletti, ovvero in frissore grandi col manico
lungo, entrando a lento grado nelle loro stanze, permettendo che prima
entri il suffumigio benissimo acceso, il quale si doverà fare di pezzi
trementina, solfere, vino, assa fetida, sole di scarpe, non che corni di
animali, loro ossi et simili, così fetenti et d’ingrato odore, et con questo
diligentemente si suffumigheranno tutte le stanze delle dette case, niuna
eccettuata, et poi in queste si farà portare della calcina viva, quanta che
venirà giudicato essere bastevole et a porte e finestre chiuse si estinguerà
con l’acqua, mescolata con dell’aceto, et si permetterà che quelle stanze
si abbiano a riempire di quel vapore, dovendosi lasciarsi così serrate doi
o tre giorni almeno, che poi aperte si lascieranno svaporare, e con gli
pennelloni da muratore s’anderà lavicando et incrostando tutti gli muri di
dentro et di fuori con diligenza, et s’imbiancheranno le travamenta, le
sedie ancora et tutti gli tavolini, et tal imbianchimento asciuto chè sarà,
s’anderà più volte verterando per tutto il corso di giorni 21, lasciando in
quelle entrare l’aria, il sole, et il vento et tuttavia mattina et sera si
anderanno poi suffumigando con profumi odoriferi come col laudano, il
belzoino, lo storace, l’incenso, la mirra, le bacche del ginepro, dell’alloro,
la salvia, l’absintio, la ruta, l’osmarino, il cipresso, la menta, mentastro,
melissa, persicaria, garofoli, canella, noce moscata, legno aloè, calamo
aromatico, sandali cetrini, et il macis mescolati co la trementina per
aggrandire et migliorare il suffumigio. Et in questo modo purificate et
mordificate dette case e le loro abitazioni con ogni accuratezza et
Pag.49
diligenza liberate da tutti gli suoi strazzi, paglie et fieni, sopra quali
potessero essere giaciute et coricate persone infette, et benissimo
suffumigate et sventolate per il corso degli predetti giorni 22 anderei
sperando che allora si potessero introdurre li proprii padroni rimasti,
mentre però avessero negli casoni prima fatta l’intera contumatia degli
prefati giorni 40, e questo per fare esperimento delle dette case, et per
cautelare le loro persone et robbe, le quali, mentre saranno state
purificate come s’ha detto, con ogni fedeltà et realtà, saranno restituite
agli loro padroni, a quali nelle proprie loro case se gli assegnerà un’altra
contumatia, pur di 40 giorni, né dovendo ancor in questa haver commertio
et prattica fra di loro, ma tutti staranno nelle loro particolari case, et in
questo mentre esse si serviranno et manegeranno le prefate loro robbe
(che già gli saranno state restituite), lassandole di novo sventolare
all’aria, al vento et al sole per molti giorni, suffumigandole ancora,
siccome ancora per maggior cautela mattina et sera potranno suffumigar
co le ginepre et sue bacche li loro corpi et le stanze.”
“Et mentre nel corso degli prefati 40 giorni di questa ultima loro
contumatia non succedesse altro infortunio, anderei sperando nel Signor
Iddio che senza pericolo alcuno et sicuramente a questi se gli potesse dar
prattica et liberare affatto la prefata Villa.”
“Soggiungendo oltre di ciò, mentre nel levare delle robbe delle prefate
case, si ritrovassero scritture, libri et instrumenti come cose necessarissime
per l’eredità, (direi) che dovessero essere diligentemente sventolate e
suffumigate per molti giorni, co levargli cordette, spaghi et simili cose,
dovendosi queste abbrucciare, et tal praticatione delle prefate scritture, si
procurerà di purificare, siccome di sopra habbiamo dimostrato il modo di
purificare le lettere missive di luoco in luoco negli tempi di sospetto.”
“Quelli huomini poi, che dispersi per gli loro luochi et professioni,
mentre non avessero mai patito alcun danno dal contagio, giudicherei che
se gli dovessero (introducendogli nelle loro case non contaminate dal
contagio, nelle quali non fossero morte alcune persone) far fare ancora a
loro una contumatia di 40 giorni et giudicherei che fosse cosa sufficiente
et bastevole che, nel mentre di detta loro contumatia dovessero far lisciare
le loro drapamenta, lassandole asciugare al sole, all’aria et al vento,
suffumigandole, come vi ho detto, più e più volte, insieme co gli loro
letti, coperte, pellami, vestimenti di lana, lino, bombaso, et simili,
permettendo che detti supeletili stiino al sole, all’aria et al vento, et ciò
doveranno fare con ogni loro diligenza per cautelare le loro persone, le
Pag.50
stanze et le loro robbe che, mentre nel prefato tempo della loro
contumatia no succedesse alcun sinistro incontro, andarei sperando che
non solo essi huomini resterebbero liberi da ogni sospetto del pestifero
contagio, ma ancora da questo andarebbero sicure tutte le loro robbe et
supeletili - il che si degni di concederci S. D. M. per l’immensa sua pietà
et misericordia, siccome umilmente et con tutto il cuore lo prego di fare.”
“Queste cose brevemente ho voluto riferire in esecutione degli
comandamenti di V. S. I. et di voi M. Ill. et ecc. sigg. miei Collega, et
mentre io non avessi proposto quel tanto che potessero giudicare
necessario a tutti gli bisogni di così importante materia, et di tanta
conseguenza. Le supplico d’accettare la mia buona e pronta volontà di
servire al Signor Iddio et co tutto il mio potere di sempre giovare al
prossimo, tanto caro et accetto a S. D. M. rimettendomi però in tutto et
per tutto al loro prudentissimo giuditio.”
“Quali ordini essendo stati con ogni diligenza eseguiti senza succedere
più la morte di alcuno, quella povera Villa fu liberata dal pestifero
contagio, et permesso la pratica et commertio liberamente a quelle genti
a laude et gloria del Signor Iddio, et della Vergine Maria, degli beati
Vittore et Corona Martiri, et del beato Bernardino, nostri venerati
protettori.”
L. D. S.
“di Feltre, gli 30 di giugno 1631.”
Ora, nell’atto di far ritorno, per ingannare alquanto la disastrosa via, Le
narrerò, illustre mio professore, alcuni punti biografici più saglienti intorno
alla vita medica del nostro feltrese Zaccaria Dal Pozzo, storiografo della
peste di Sorriva. Questo medico stette per ben trent’anni agli stipendi
della città di Fiume, cioè dal 1590 al 1620, durante questo lungo
episodio della sua vita, vi si diportò con tal decoro della scienza e
contegno medico, specialmente nell’assistenza e nella cura della peste
bubbonica colà infestante, che nel mese di settembre 1599 gli fu rilasciato
da quella Comunità il seguente solenne attestato di comune soddisfacimento
per servigi da lui prestati alla città e ai castelli circostanti, che gli
leggerò nelle pause di viaggio. Eccolo:
“Essendo benissimo noto la sufficienza, il valore e la bontà dell’ecc. sig.
Zaccaria Dal Pozzo, da Feltre, nostro medico fisico stipendiato, si per le
tante sue buone qualità, come pure per le sue meravigliose cure prestate,
non solo in questa terra, ma ancora nei luoghi e castelli così circonvicini
Pag.51
come lontani, e nel particolare per la diligentissima ed assidua cura dei
gravissimi e quasi incurabili mali della persona dell’E. S. Giorgio
Linconicchio, Consigliere e Capitano del Ducato del Cragno per S. A. S.,
generale del regno di Crovazia e luoghi marittimi della Maestà Cesarea
di Rodolfo Imperatore; che essendo noi con grandissima urbanità ricercati
dal detto Signor Generale della persona di questo nostro medico,
ricercandolo in grazia per sei mesi, per passarsene nell’Italia e poi nella
città di Padova, appoggiato sopra la sua tutela, chè nel prezioso tempo
con grandissimo onore suo ritornato dalla prefata cura, avendo lasciato in
buona salute S. E. I. in tempo appunto, che poco dopo questa terra ci ha
avuto grandissimo bisogno del suo talento, il quale l’ha talmente
annunziato in segnalate operazioni nel presente pestifero contagio si
esponendo la propria vita a grandissimi pericoli, come prestando l’opera
sua, non solo come medico-fisico, ma ancora come diligente ed accurato
provveditore alla sanità (essendo altre volte dichiarato per tale in questo
consiglio), chè con la sua prudenza ed assidue azioni, nel corso di tempo
brevissimo in questa terra ha troncato il filo al pestifero contagio,
mandando fuori agli lazzaretti da lui instituiti le persone infette, che alla
gioventù si andavano scoprendo essere appestati pel fomite che andava
diffuso e aveva dilatate le fimbre dappertutto questa misera terra ed
avendo egli fatto fare fosse per seppellire i morti ed istituiti li becchini,
ordinato che immediate fossero seppelliti li cadaveri, che di tempo in
tempo andavano morendo, ed abbenchè nel principio e argomento di
questo contagio di dubitare grandissima strage, poiché ne morivano
miseramente 20, 25 e 30 al giorno che poi, per le debite previsioni da
lui fatte, facendo usare non solo agli appestati ma ancora ai sani,
medicamenti opportuni di antidoti e cordiali, si può dire con verità che
nel progresso aminuendosi sempre il numero degli morti, sino al presente
non sia morto maggior numero di 335 fra uomini e donne sopra 1500 e
più che sono stati feriti da esso pestifero contagio.”
“Questi adunque tal quale tutti noi siamo tenuti ed obbligati della propria
vita per così singolare aiuto prestatoci, veramente meritevole di ogni
bene, dobbiamo con ogni affetto di pronta e buona volontà amare e
riverire come vero difensore di questa patria, e lo dobbiamo pregare che
non voglia cessare dalla carica di provveditore alla sanità, ma che vogia
continuare un tale officio.”
“Per il che s’anderà posto dagli magnifici eccell. Giudici alla presenza
dell’illustrissimo sig. Capitano, che sia confermato per provveditore alla
Pag.52
sanità il prefato eccellentissimo signor Zaccaria, dandogli autorità di
potere puntualmente eseguire quel tanto che si contiene nei suoi ricordi
ed ordini, poco fa presentati in questo magnifico Consiglio, concernenti
la regola ed il modo di purificare le case infette, robe sospette, piantar
casoni e far tutto quello circa ciò che parerà alla sua prudenza per
procurare la libertà a questa infelice e molto travagliata patria, con
autorità oltra di ciò di potere eleggere di sua soddisfazione quattro o sei
del numero di questo Consiglio e quelli aggregarsi per compagni e
aiutanti in tal carica ecc.”
“Dato dal Consiglio del Palazzo Comunale della terra di Fiume il dì 16
settembre 1599.”
Le dirò, infine, egregio signor professore, che di questo celebratissimo
medico ho già offerto altra volta un commentario biografico nella mia
Collana dei Medici illustri di Feltre e di Belluno, che ho dato alla luce
nella accreditatissima e veterana Gazzetta Medica Italiana - Lombardia,
per l’anno 1856, che sostiene e propugna con tanto senno e decoro il
prestigio e l’onore della casta medica italiana, e ne ho anche estratto
copia a parte per servire ai miei amici e colleghi che coltivano con culto
ed amore la storia della medicina italiana antica e moderna. Quando
ritorneremo a casa, gliene mostrerò saggio, da cui possa attingere
cognizioni anche dei medici di questa alpestre provincia ed aggiungere
per avventura una nuova pagina alla di Lei premiata Storia della Medicina
Italiana che ha fatto tanto onore alla patria ed alla repubblica medica.
E questa si può dire che formi un episodio contemporaneo della peste
Lombarda, che ha così splendidamente descritta l’autore dei Promessi
Sposi. E qui mi congedo dal nostro pellegrinaggio scientifico, con
riserva d’intraprenderne un altro all’alpestre villaggio di Faller dove ha
pure infierito una terribile pestilenza.
Fonzaso, luglio 1874.
APPROFONDIMENTI
La peste del 1631 a Sorriva.(21)
“Era sorripa un dì com’or fornita d’abitator, ove arridea fortuna,
quand’ecco dall’alto una este….”
Con questi versi ha inizio l’iscrizione posta sul capitello eretto a ricordo
Pag.53
dell’epidemia che, nel periodo compreso fra gli inizi di aprile e i primi
di giugno del 1631, infierì sulla comunità di Sorriva. Il contagio, diffuso
secondo Cambruzzi e Vecellio da un pecoraio(22), è inquadrato storicamente
nella pestilenza che imperversò negli anni 1630-31 su una larga fascia
dell’Italia Settentrionale, la stessa di cui parla il Manzoni nei “Promessi
Sposi”. Il medico designato dalla municipalità di Feltre a seguire gli
sviluppi del caso fu Zaccaria Dal Pozzo, celebre accademico veneto del
tempo, particolarmente distintosi nel curare la peste che aveva colpito la
città di Fiume nel 1599. Le case infestate dal contagio a Sorriva furono
complessivamente dodici. I suggerimenti di intervento di Dal Pozzo
trovano un preciso punto di riferimento in principi sostenuti dalla Schola
Salernitana : “Lana, aura et linum captan contagia pestis: ignis, furca,
aurum sunt medicina mali” (La lana, l’aria e il lino favoriscono il
contagio della peste: il fuoco, la forza e l’oro sono i rimedi del male). Il
Dal Pozzo fa bruciare le robe infette, soprattutto le stoffe di lino, lana e
canapa, ritenute ottime propagatrici del contagio; consiglia di lavare,
lasciare per almeno venti giorni all’aria aperta e purificare con suffumigi
quanto può essere sospetto di contaminazione. Per gli uomini colpiti dal
morbo e in via di guarigione dispone complessivi ottanta giorni di
isolamento prima che vengano riammessi nel consorzio civile della
comunità. Per i trasgressori delle norme soprindicate si minaccia il
ricorso alla forca(23). Nutrendo evidentemente una limitata fiducia in
queste disposizioni “scientifiche”, i Sorrivesi, mentre infuriava la
pestilenza, individuarono nel ricorso al trascendente una più concreta
possibilità di salvezza ed emisero un voto col quale s’impegnavano, se la
loro comunità fosse stata liberata dal contagio, di santificare tutte le
vigilie delle feste comandate.
La peste cessò di mietere vittime ai primi di giugno di quell’anno
1631, fino a quel momento aveva provocato complessivamente oltre
cinquanta morti.
Passato il pericolo, l’applicazione del voto comportò parecchi sacrifici,
tenendo conto dell’elevato numero di festività religiose previste dal
calendario liturgico di allora e finì probabilmente coll’incidere, in termini
negativi, sul ritmo delle attività lavorative.
In conseguenza di ciò, il 24 gennaio del 1632, una delegazione di
abitanti di Sorriva, rappresentanti la “regola”, guidati da Tomio De Cia,
si recò dal pievano di Servo per farsi commutare il voto. La richiesta
venne esaudita e si decide che gli abitanti di Sorriva dovessero solamente
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“santificar (...) la vigilia di San Zorzi (San Giorgio) che sarà il 22 aprile
ogni anno in perpetuo(24)”. In tal giorno, al termine della messa, si sarebbe
svolta una processione che, partendo dalla chiesa di San Giorgio attraverso
sentieri, avrebbe raggiunto a Ponterra il luogo dove erano stati seppelliti
i morti di peste.
La sera stessa della vigilia, al termine del canto del vespero, “si fa
solenne benedizione della fava (probabilmente la minestra) che si distribuisce
ai poveri(25)”.
Il giorno successivo, 23 aprile, la festa di San Giorgio, patrono di
Sorriva.
Questa tradizione di celebrare ogni anno in due giorni distinti, 22 e
23 aprile, rispettivamente la festa del voto e quella santo patrono, si è
mantenuta inalterata sino a tutto il 1970 compreso.
Dal 1971 per consentire una maggiore partecipazione di Sorrivesi alle
celebrazioni religiose, si è deciso di unificare le due date in un unico
giorno festivo: la domenica successiva al 23 aprile, festa liturgica di
San Giorgio.
Altre notizie sulla peste del 1631(26)
Ironia della sorte, s’usa dire. Anni fa non mi riusci di trovare nulla
che documentasse, direttamente, la peste a Sorriva nel 1631. A Venezia,
dove era in programma una mostra articolata proprio sulla memoria del
terribile male mandai solo la notizia e la fotografia del capitello
affrescato, divenuto in qualche modo famoso.
Tempo fa invece, cercando negli archivi altro materiale per studi
diversi, ecco saltar fuori un testo manoscritto proprio relativo a Sorriva,
ai suoi morti ed a quello che fu fatto allora per arginare l’epidemia.
Ma tant’è: quel che non fu fatto allora, si può fare adesso.
Intendiamoci: niente di nuovo, perché quello di Sorriva resta un episodio
marginale e tutto quel che avvenne, come ora si dirà, non fu diverso dai
correnti usi, pregiudizi ed abitudini.
Se ne parla solamente perché la comunità, quella attuale intendo, ha
diritto a conoscere il proprio passato, quale che esso sia.
Anche questa è storia minore, col pregio di essere vera.
Dò per scontato e conosciuto il contesto, sul quale esistono contributi
recenti.
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La fonte utilizzata è un registro di spese della Comunità di Feltre e
che si intitola “Gravezze e colte di Feltre”: comprende annotazioni dal
1625 al 1634: le voci relative a Sorriva ed al Sovramonte sono comprese
tra le carte 50 verso e 63 recto e si riferiscono agli anni cruciali 1631
e 1632.
Dopo annotazioni generiche relative alla sanità (provvedimenti
cautelativi, organizzazione di controlli, posti di blocco detti “restelli”,
lazzaretti, ecc.) ecco i primi morti.
I sovrintendenti la sanità vanno per ufficio a Fonzaso e subito
l’eccellentissimo
Sigismondo Lusa, medico, vien pagato “per esser stato a veder
corpi morti”.
Immediatamente dopo un altro medico, Francesco Porta, và a Sorriva
“a veder il corpo morto de Zanetto de Prospero”; la nostra fonte,
peraltro assai pignola nelle sue registrazioni, non ricorda che il protomedico
della città, l’illustre Zaccaria dal Pozzo si sia recato sul posto.
Nel 1631, cessato il contagio, scrisse una sua “Relazione” resa nota
da Jacopo Facen nel 1875(27), relativa al focolaio di peste nel Sovramonte,
densa di istruzioni e suggerimenti medici.
Anche un altro medico, tal Francesco Porta, sale a Sorriva “a veder il
corpo morto de Zanetto de Prospero”; il fatto apparve subito grave, tanto
che anche altri accorrono a controllare e viene istituito un “processo”
ossia un’inchiesta formale. Peste o no?
Intanto in casa di Zanetto i morti aumentano; altri tre, controllati da
Francesco Porta ed altri pubblici ufficiali che fanno la spola tra Feltre e
Sovramonte.
Si stende anche la cintura sanitaria rituale, per cui è necessario
rifornire Sorriva di vettovaglie cui provvedono i mugnai Berto e Mattia.
È peste, indubbiamente; ove restassero dei dubbi sono i decessi a
parlar chiaro.
Si muore in casa dei Marchetti e altrove.
Da Feltre si muove anche il podestà, al tempo Paolo Cappello che sale
a Servo accompagnato dallo “speciaro”, oggi si dice farmacista, ser
Giacomo Calvisan “per medicine alli poveri feritti de peste de Sorriva”.
Dopodichè si registra un fitto via vai tra la città e la zona infetta: lo
stesso podestà vi ritorna. I controlli sono sanitari e militari nel contempo:
esigenza inevitabile, cui provvede la guarnigione di Fonzaso che avvicenda
i suoi soldati in Sorriva. C’è una annotazione di pagamento che fa
pensare: “per contadi a Matio D’Incau deputado alla sanità in Sovramonte
Pag.56
per tanti (intendi denari) sborsati alli poveri soldati de Fonzaso che
custodiva la villa di Soriva”: perché poveri?
Pietà, compassione, forse perché contagiatisi?
Un tal Marco Bal si reca a Sorriva “per far il sboro delle robbe et
case”; dopo è la volta di Lorenzo Biasio anch’egli inviato a Sorriva per
le stesse incombenze.
Oggi si direbbe con parola più burocratica, disinfezione. Zaccaria Dal
Pozzo descrive minuziosamente il procedimento: “Le lettirere, banchi,
casse, cassette tavole et ogni altra sorte di legname vecchio, scabroso et
immondo, sopra a appresso le quali fossero molte persone…. Li lenzuoli,
mantili, tavoglioli, camise di lino, di canape, veste di lana da homo,
da donna et di bombaso….si faranno abbrucciare…”. L’epidemia determinò
la costruzione, o meglio l’adattamento temporaneo dei lazzaretti;
l’unico stabile risulta essere quello di Primolano.
Ma altri furono improvvisati: per Feltre a Villaga e a S. Paolo; un
altro era a Fastro: uno, naturalmente a Sorriva che si dovette trasferire in
altri “casoni”.
Quello di passare da un “casone” all’altro, restandovi per 40 giorni, e
naturalmente ad ogni passaggio uomini, cose e luoghi erano sottoposti a
“sboro” era una cautela per frenare la propagazione del contagio, isolando
al tempo stesso gli ammalati o i sospetti.
La calce era usata per purificare gli ambienti, quelli privati e, più
ancora, quelli pubblici: così molte chiese furono reintonacate, talora
cancellando la memoria delle immagini che v’erano dipinte. Ma la calce
bruciava i cadaveri, e così Cristoro Muran e compagni sono pagati “per
haver fatto la fossa et sepolto quel povero Marco all’ostaria”.
Le note di pagamento si susseguono monotone, scarne, ripetitive; ma
dietro, tra le righe, c’è una storia di morti, di miseria e ignoranza forse
incredibile per noi: “contadi a ser Gio Batta Todeschi per occasione de
sepellir cadaveri a Servo”.
I morti, scrive il protomedico, “doveranno essere sepolti conforme
all’ordinario, in profondi fossi nudi et coperti prima di buona quantità di
calcina viva et poi di terra benissimo sbattuta.
I morti erano veri, orrendi, ma le medicine si chiamavano “suffumigi”
che lo speziale Piero Maria Marchi vendeva agli ammalati. Sono ancora
i suggerimenti del medico Zaccaria Dal Pozzo che illustrano i dettagli;
negli ambienti opportunamente ripuliti ed arieggiati “mattina e sera si
anderanno poi suffimigando con profondi odoriferi come il laurano, il
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benzoino, lo storace, l’incenso, la mirra, le bacche del ginepro, dell’alloro,
la salvia, l’assenzio, la ruta, l’osmarino, il cipresso, la menta, mentastro,
melissa, persicaria, garofoli, canella, noce moscata, legno aloè, calamo
aromatico, sandali cetrini mescolati con la trementina per aggrandire et
migliorare il suffumigio”. Ce n’è da riempire, o svuotare, una speziaria!
La peste passò, in Italia come altrove: alla fine si contarono i morti e
la vita riprese con tristi ricordi in più, resi quotidiani da quei segni visivi
che la pietà popolare volle erigere: il famoso capitello, la tela del
Frigimelica con i santi propiziatori Rocco e Sebastiano, la solidarietà
rinnovata ogni anno col rito della minestra.
Come chiusa, stravagante solo in apparenza, trascrivo una singolare
ricetta, meglio nota come”Rimedio segreto di Antonio Gualtiero contro la
peste” del 1576:
“Subito che uno si sente il male orini più che può et la beva tutta et
poi la mattina bevi della sua orina doi dita siccome li sani et la sera
avanti cena bevi doi dita della sua orina et se si sentirà dolore o vederà
tumor overa enfiasion in alcuna parte del corpo subito togli della malizia
sua (intendi le feci) o d’altri subito fatta et metterla sopra il brusco et
cambiarla ogni tre ore et come la postiema sara’ rotta lavarla bene con
orina”.
Ovviamente il testo non necessita di alcun commento.
NOTE
(1) G. POLI - G. COCUZZA - G. NICOLETTI, Microbiologia Medica, Torino 1993.
(2) Fenomeno per cui una cellula “mangia” cioè ingloba e distrugge una sostanza
estranea
(ad esempio un microorganismo patogeno), caratteristico delle cellule di difesa
dell’organismo (globuli bianchi).
(3) Cellule di difesa dell’organismo umano presenti nel sangue ed appartenenti
ai
globuli bianchi o leucociti con funzioni tra le altre di inglobare e distruggere
sostanze estranee.
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(4) Morte delle cellule (necrosi) provocata dal microorganismo con formazione
di pus
(supporazione).
(5) Malattia di tutto l’organismo con febbre e presenza di batteri patogeni nel
sangue.
(6) Notizie raccolte dagli studenti del Liceo Scientifico G. dal Piaz negli anni
1975-1976
e depositate presso la Biblioteca Civica di Sovramonte.
(7) AA. VV., s.v. Malattie infettive e parassitarie, in Trattato italiano di
medicina interna,
IV, Roma 1961, 504.
(8) Don Francesco Todeschi fu pievano di Servo dal 6 ottobre 1630 al 25 luglio
1658 e
testimone diretto della terribile tragedia che si abbatté sul paese di Sorriva.
(9) Cfr. P. MENGONI, Liber Matrimoniorum, Archivio arcipretale di Servo,
1608-1689.
(10) Alcune parole dei manoscritti antichi non è stato possibile decifrarle
perciò saranno
lasciati gli spazi bianchi.
(11) ANONIMO FELTRINO, Gravezze e colze, Feltre 1631.
(12) Intendasi disinfestazione.
(13) J.V. DE MAURIS, Inventario iurum et bonorum archipresbiteratus Santa Mariae
Majoris, Archivio arcipretale di Servo, 1741.
(14) J.V. DE MAURIS, Inventario iurum et bonorum archipresbiteratus Santa Mariae
Majoris, Archivio arcipretale di Servo, 1741.
(15) J.V. DE MAURIS, Inventario iurum et bonorum archipresbiteratus Santa Mariae
Majoris, Archivio arcipretale di Servo, 1741.
(16) Pianta erbacea della famiglia delle leguminose con fiori bianchi, macchiati
di nero; i
frutti sono bacelli contenenti semi commestibili di colore verde. Era conosciuta
in
Italia già dall’epoca romana. Si ritiene che possa indicare per somiglianza i
fagioli,
arrivati negli altopiani di Lamon e Sovramonte nel 1532. È probabile che qui
indichi una minestra di fave (fagioli) dato che si trova al singolare e con la
lettera
grande.
(17) Insigne medico feltrino incaricato dal Podestà e dai Provveditori alla
sanità della
città di Feltre di debellare il contagio nella villa di Sorriva.
(18) Nel 1874 Jacopo Facen di Lamon, medico presso lo stabilimento dei fratelli
Rechiedei, scrive al professor Alfonso Corradi sulla peste di Sorriva.
(19) J. FACEN, Estratto da La gazzetta medica italiana, Lombardia, serie VII,
Tomo VI,
1874.
(20) Medico feltrino incaricato di debellare la peste nella villa di Sorriva.
(21) V. FUMAROLA, Amico de popolo, 1981, n. 16.
(22) A. CAMBRUZZI - A. VECELLIO, Storia di Feltre, Feltre 1875.
(23) J. FACEN, estratto da La gazzetta medica italiana, Lombardia, serie VII,
Tomo VI,
1874.
(24) J. V. DE MAURIS, Inventario iurum et bonorum archipresbiteratus Santa
Mariae
Majoris, Archivio arcipretale di Servo, 1741.
(25) Ibidem.
(26) S. CLAUT, Il Sovramontino, 1986, n. 2.
(27) Vedi pag. 37
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CAPITOLO II
LA TRADIZIONE
FESTA DE SAN DORDI
La festa patronale di S. Giorgio, che si celebra a Sorriva di
Sovramonte ogni anno, risale al 1631, anno in cui in gran parte
dell’Italia settentrionale s’abbattè la peste. Il morbo colpì duramente la
popolazione di Sorriva già dal marzo 1631 e si protrae fino al giugno
dello stesso anno. Dodici furono le famiglie provate e una cinquantina i
decessi. Del fatto ne dà notizia il medico feltrino Zaccaria Dal Pozzo
nella sua “Dissertazione sulla peste”, dopo essere stato inviato a prestare
le prime cure.
La popolazione, colta dal panico della malattia infettiva, pensò bene di
fare un voto solenne e impegnativo che consisteva in una serie di
restrizioni: astinenza da carne, uova e latticini in tutte le vigilie delle
feste comandate, nei periodi di Avvento e Quaresima, nelle vigilie delle
feste della Madonna, degli apostoli e di S. Giorgio. Questo voto, però,
resistette per poco tempo, dati i grossi sacrifici che comportava.
La comunità pensò allora di recarsi da don Francesco Todeschi, che
resse la Pieve di Servo dal 1630 al 1658, per commutare il voto e
renderlo meno gravoso. Era il 24 gennaio 1632. La richiesta fu esaudita
e si convenne di santificare, in perpetuo, la vigilia di S. Giorgio, il 22
aprile. In questo giorno al termine del vespero, si sarebbe svolta una
processione che partendo dalla Chiesa di S. Giorgio, sovrastante la villa,
attraverso sentieri, avrebbe raggiunto il luogo dove furono sepolti i morti
di peste, luogo detto “pian dei mort”, attualmente adibito a parco giochi.
La festa poi continuava solennemente nel giorno del patrono S. Giorgio
il 23 aprile.
Si racconta che con il passare del tempo anche questa commutazione
del voto cadde nel dimenticatoio. S’aggiunse, quasi punizione divina,
altra sciagura. La campagna non produsse più fagioli, alimento base e
nutritivo per la povera gente e ciò destò molta preoccupazione. I Sorrivesi
si ricordarono allora del voto fatto e non mantenuto. Cominciarono a
Pag.60
ripristinare la processione e a cuocere, in segno di penitenza e conversione,
la “fava”(1) (menestra de S. Dordi) e a distribuirla ai poveri. La produzione
di fagioli, nel frattempo, riprese ad essere normale.
La “menestra de San Dordi” è costituita da fagioli e burro che vengono
raccolti fra tutte le famiglie del paese. A questi due ingredienti viene
aggiunto il soffritto per condire e dar gusto. Non vengono usate ne
pasta ne riso. Presenta un aspetto cremoso e denso. La “menestra” viene
“cotta”, a turno, da tre famiglie del paese. Prima degli anni settanta da
due. I fagioli vengono esaminati, messi a bagno, cotti e macinati. Il
giorno della festa, verso le tre del mattino, si dà il via alla cottura della
“menestra” in tre grosse pentole, usate un tempo per il formaggio o per
il bucato. Viene mescolata in continuazione per cinque/sei ore evitando
che si “attacchi” alle pareti delle pentole e si bruci. Dopo la processione
votiva, viene benedetta dal parroco, insieme al pane.
Quindi i coscritti, giovani ventenni, secondo quattro itinerari prefissati
Pag.61
dall’organizzazione, si recano di casa in casa distribuendola ad ogni
famiglia. Tre pentole sono riservate alla popolazione, una invece agli
ospiti che possono assaggiarla negli ambienti messi a disposizione per
l’occasione.
Dal 1981, anno del 350° anniversario, la popolazione ha reso
nuovamente solenne questo avvenimento nella sua valenza religiosa e
inserendo nel calendario delle manifestazioni attività culturali e ricreative.
Per molti anni, aveva assunto un tono minore.
La festa di S. Giorgio, viene celebrata la domenica successiva, quando
il patrono cade durante la settimana, per permettere a tutti, paesani,
emigranti e ospiti, di partecipare alla celebrazione di questo evento
entrato a far parte del patrimonio storico e tradizionale del luogo.
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LA PROCESSIONE VOTIVA
La processione votiva(2), che si svolge nel giorno della festa patronale
di S. Giorgio, è stata ripristinata nella ricorrenza del 350° anniversario
della pestilenza dopo anni di abbandono. Essa costituisce uno dei punti
essenziali dell’intera manifestazione religiosa del voto. È giusto allora
ricordare come la si è ricostruita, mettendo insieme tutto quello che
poteva servire allo scopo. Il percorso è stato individuato seguendo le
indicazioni del voto del 1632. Partendo quindi dalla Chiesa di S. Giorgio,
attraverso il cimitero, si proseguiva per Soraich, Travaser, Ponterra, Pian
dei mort (oggi parco giochi, dove avevano trovato sepoltura i morti di
peste). Per trovare poi gli elementi che servivano per dare decoro e
rendere la funzione suggestiva, è stata necessaria una ricognizione nelle due
sacrestie della parrocchiale e in quella della Chiesa di S. Giorgio. Sono state
rinvenute le sei torce, anche se vecchie, e sono stati rimessi i ceri. Lo
stendardo(3), rappresentante da una parte il patrono che trafigge il drago e
dall’altra i Ss. Vittore e Corona, era malridotto. È stato affidato il compito
del
restauro della tela a Gemma Reato e ai fratelli Giacomin il rifacimento del
manico. I lucernai, che aprivano, insieme alla croce le processioni, sono
stati rinvenuti in una stanza della cripta sotto materiale inerte in uno stato
pietoso.
Giuseppe Zannini li ha recuperati
perfettamente per il loro utilizzo.
Giacevano appese ai muri anche due
croci, con sculture lignee del Cristo. Una
è stata prescelta per la processione. Altra
croce piccola, che poteva essere utile,
era a S. Giorgio, integra. Negli armadi
della sacrestia della parrocchiale sono
stati rispolverati i camici, le cappe e i
cingoli. Lavati e sistemati dovevano
essere indossati da chi durante il rito
religioso portava questi elementi testè
accennati. Vi furono delle persone che
pensarono alla loro pulizia.
Messi insieme tutti gli elementi,
erano necessarie undici persone
disponibili a portarli. Sparsa la voce,
non fu difficile creare il gruppo.
Pag.63
Al mattino della festa patronale, i cappati
erano presenti.
Della processione va ricordata anche la
disposizione. Davanti la croce piccola
con i due lucernai, più indietro lo stendardo,
prima del sacerdote celebrante
la croce grande con a fianco due torce,
le altre quattro, due davanti e due
dietro dell’officiante con i chierichetti.
Durante il percorso vengono intonati
canti, preghiere, e le litanie dei Santi,
mentre dal campanile della Chiesa di
S. Giorgio squilla il campanò(4).
La processione ha avuto sempre, nel
corso di questi anni, una buona partecipazione
di fedeli. Segno di quanto sia
ancora vivo nell’animo della gente il
senso della pietà cristiana, che attraverso
queste manifestazioni si esprime. Vi sono persone che provengono da
fuori paese e non vogliono mancare a questo
appuntamento mattutino. Ad essa è stata
data ampia divulgazione, è stata ripresa da
fotografi e da cineoperatori e sono state create
delle videocassette. In prospettiva futura,
bisogna dire che è auspicabile che le tradizioni
vengano salvaguardate e conservate, poiché
sono parte integrante della vita e della storia di
un popolo.
Da ultimo un cenno ai parroci delle 25
processioni, don Noelio Marchet, don
Anselmo Recchia, Padre Vito De Bastiani
con tutto il seguito dei chierichetti. A tutti
coloro che nel tempo hanno contribuito
al mantenimento e dato il loro sostegno
per vivacizzare la parte religiosa della
manifestazione patronale vada un sincero
ringraziamento.
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I CAPPATI
Sono detti “cappati” perché durante la processione votiva indossano camici
e cappe rosse con medaglione sulla sinistra anteriore rappresentante
l’Eucarestia. Essi portano la divisa dell’antica ArciConfraternita(5)
del Santissimo Sacramento, confraternita dedita nel passato a rendere
solenne l’adorazione di Gesù eucaristico e a partecipare alla processione
eucaristica di ogni terza domenica del mese attorno al colle di San Giorgio.
Sono rappresentanti del popolo che portano lucernai, torce, croci e lo
stendardo per rendere tale rito più solenne.
Dal 1981 sono una ventina i cappati che vi hanno partecipato: Ennio
Bottegal, Giuseppe Zannini, Giovanni De Cia, Tarcisio, Gino e Gianfranco
Fontana, Semplicio e Claudio Dal Cortivo, Semplicio e Dino Reato, Rinaldo
Bof, Graziano Reato, Bortolo e Amedeo Callegher, Ermes e Armando
Slongo, Salvatore Colletta, Renè Bottegal, Giuseppe Moretta, Federico Dalla
Torre, Franco Callegher, Ivano De Cia, Mirco Tessaro, Moretta Mario, Pier
Paolo Dal Cortivo, Samuel De Cia e Claudio De Cia.
C’è chi ha presenziato a tutte le edizioni, chi in parte, ma il numero è sempre
stato assicurato anche se l’ora mattutina poteva dar adito a qualche “forfait”.
Segno evidente che, a questa tradizione, i Sorrivesi sono veramente
affezionati e la vogliono difendere con la propria partecipazione.
Pag.65
LA LITURGIA SACRA
Si è pensato di dare spazio anche a tutto quell’insieme di canti,
invocazioni e preghiere che un tempo e, in parte anche oggi, venivano
recitati e cantati durante le cerimonie religiose della festa “de San Dordi”.
Si troveranno le litanie dei Santi invocati nella prima parte della
processione solenne con la melodia gregoriana e il Dies Irae cantato un
tempo, appena finita la messa, nella cappella di Ponterra. Ora questa
sequenza risuona solo alla fine della celebrazione del primo novembre,
solennità di Tutti i Santi.
Si è ritenuto opportuno, inoltre, inserire anche le Esequie dei defunti
secondo la liturgia pre conciliare di San Pio V. Contengono il Libera
me Domine e il De profundis che dovevano essere cantati durante la
benedizione del tumulo degli appestati.
Pag.72
DIES IRAE
La Sibilla, e David dice
Che arso il mondo alla radice
Sarà un dì pien d’ira ultrice.
Che timor sarà in quel punto,
Quando il Giudice sia giunto
Per ridurci a stretto conto!
Per le tombe cui morti sono,
S’udirà di tromba un suono,
Chiamar tutti al divin trono.
Stupiran natura e morte
Di veder genti già morte
Per dar conto a Dio, risorte.
Sarà un libro ivi portato
In cui tutto sta notato
Onde ognun sia giudicato.
Dunque assiso ivi il Signore,
L’opre occulte apparse fuore,
Emendato sia ogni errore.
Lasso ahimè che farò io?
Qual rifugio sarà il mio
S’anco teme il giusto e ‘l pio?
Re tremendo, alta Maestade,
Tu che salvi per bontade
Salva me, somma pietade.
Rammentar, Gesù, dovresti,
Che per me dal ciel scendesti
Fa quel dì, che teco io resti.
Se cercandomi sudasti,
Se morendo mi salvasti
Non sian tanti affanni guasti.
Giusto Dio, che i mali emendi
Deh, pietoso a me ti rendi
Pria che Giudice Tu scendi.
Io son reo fra pianti involto
Cui la colpa arde nel volto:
Fammi, o Dio! Supplico, assolto!
Pag.73
Tu assolvesti Maddalena
Èl ladron da colpa e pena,
L’alma anch’io di speme ho piena.
Di pregarti indegna sono:
Tu che sei benigno e buono
Dammi ciel, non fuoco, in dono.
Tra le agnella esser vorrei,
Non tra capri oziosi e rei,
Ma alla destra onde Tu sei.
Discacciati i maledetti
Giù nel fuoco eterno astretti,
Chiama me co’ benedetti.
Prego, supplico, e prostrato
Quasi in polve ho ‘l cuor spezzato
Il mio fin rendi beato.
Mesto il dì che fiamma e fuoco
Scorgerassi in ogni loco
Giudicando il peccatore,
Deh! Perdonagli, o Signore,
Gesù pieno di grazie,
A’ morti dona requie.
Così sia.
Pag.74
ESEQUIE DEI DEFUNTI
Il Parroco vestito di cotta e stola nera preceduto dalla Croce dopo aver
levato e portato fuori casa il Defunto, entrando in Chiesa dice:
Ant. Exsultabunt Domino ossa humiliata.
Mentre viene deposto il feretro in mezzo alla Chiesa si canta:
V. Subvenite, Sancti Dei,
occurrite, Angeli Domini;
suscipientes animan ejus,
offerentes eam in conspectu Altissimi.
R. Suscipiat te Christus,
qui vocavit te, et in sinu
Abrahae Angeli deducant te.
Suscipientes animan ejus,
offerentes eam in conspectu Altissimi.
V. Requiem aeternam dona ei, Domine.
Et lux perpetua luceat ei.
R. Offerentes eam in conspectu Altissimi.
V. Kyrie, eleison.
R. Christe, eleison.
V. Kyrie, eleison. Pater noster (in segreto)
V. Et ne nos inducas in tentationem.
R. Sed libera nos a malo.
V. A porta inferi.
R. Erue, Domine, animam ejus.
V. Requiescat in pace.
R. Amen.
V. Domine, exaudi orationem meam.
R. Et clamor meus ad te veniat.
V. Dominus vobiscum.
R. Et cum spiritu tuo.
Oremus
Absolve, quaesumus, Domine, animam famuli tui N.
Ab omni vinvulo delictorum:
ut in resurrectionis gloria inter sanctos
et electos tuos resuscitatus respiret.
Per Christum Dominum nostrum.
R. Amen.
Pag.75
Assoluzione sopra il defunto
Finita la Messa, il sacerdote indossa il piviale nero, si pone con il clero
presso i piedi del Defunto, e incomincia la seguente Orazione senza
variare né genere, né numero:
Non intres in judicium cum
servo tuo, Domine,
quia nullus apud te justificabitur homo,
nisi per te omnium peccatorum
ei tribuatur remissio.
Non ergo eum, quaesumus,
tua judicialis sententia premat,
quem tibi vera supplicatio
fidei christianae commendat:
sed gratia tua illi succurrente,
mereatur evadere judicium ultionis,
qui, dum viveret,
insignitus est signaculo sanctae Trinitatis.
Qui vivis et regnas in saecula saeculorum.
R. Amen
Quindi si canta il seguente Responsorio:
Libera me Domine
Libera me, Domine,
* de morte aeterna, in die illa tremenda:
* quando caeli movendi sunt et terra.
Dum veneris judicare saeculum per Ignem.
V. Tremens factus sum ego,
Et timeo, dum discussio
venerit atque ventura ira.
Quando caeli movendi sunt et terra.
V. Dies illa, dies irae,
calamitatis et miseriae,
dies magna et amara valde.
* Dum veneris…
V. Requiem aeternam dona eis,
Domine: et lux perpetua luceat eis.
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V. Libera me Domine… (fino a Tremens).
V. Kyrie, eleison.
R. Christe, eleison.
V. Kyrie, eleison. Pater noster (in segreto)
V. Et ne nos inducas in tentationem.
R. Sed libera nos a malo.
V. A porta inferi.
R. Erue, Domine, animam ejus.
V. Requiescat in pace.
R. Amen.
V. Domine, exaudi, etc…, e Oremus…
Dalla chiesa al cimitero, finita l’orazione, prima che il cadavere sia
portato a sepoltura si canta la seguente antifona:
In Paradisum
In Paradisum
* deducant Te Angeli:
in tuo adventu suscipiant te Martyres;
et perducant te in civitatem sanctam Jerusalem.
Chorus Angelorum te suscipiat,
et cum Lazaro quondam paupere,
aeternam habeas requiem.
Quindi il Sacerdote intona la seguente Antifona e il Cantico, che non si
tralasciano mai.
Ant. Ego sum.
Cantico di Zaccaria
Benedictus Dominus Deus Israel,
* quia visitavit, et fecit redemptionem plebis suae.
Et erexit cornu salutis nobis
* in domo David pueri sui.
Sicut locutus est per os sanctorum,
* qui a saecule sunt Prophetarum ejus.
Salutem ex inimicis nostris,
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* et de manu omnium qui oderunt nos.
Ad faciendam misericordiam cum patribus nostris,
* et memorari testamenti sui sancti.
Jusjurandum, quod juravit
ad Abraham patrem nostrum
daturum se nobis.
Ut sine timore,
de manu inimicorum nostrum liberati,
*serviamus illi.
In sanctitate et justitia coram ipso
* omnibus diebus nostris.
Et tu, puer,
Propheta Altissimi vocaberis,
* praebis enim,
ante faciem Domini parare vias ejus.
Ad dandam scientiam salutis plebi ejus
* in remissionem peccatorum eorum.
Per viscera misericordiae dei nostri
* in quibus visitavit nos oriens ex alto.
Illuminare his, qui in tenebris
et in umbra mortis sedent,
* ad dirigendos pedes
nostros in viam pacis.
Requiem aeternam, etc.
Ant. Ego sum resurrectio et vita:
qui credit in me,
etiam si mortuus fuerit,
vivet; et omnis,
qui vivit et credit in me,
non morietur in aeternum
V. Kyrie, eleison.
R. Christe, eleison.
V. Kyrie, eleison. Pater noster
Frattanto il Sacerdote asperge il cadavere, senza girare attorno al tumulo.
V. Et ne nos inducas, etc.
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Il Sacerdote, recitato l’Oremus conveniente, benedice con la mano destra
il feretro e finisce così:
V. Requiem aeternam…
V. Anima ejus et animae
omnium fidelium defunctorum
per misericordiam Dei
requiescant in pace.
R. Amen.
Quindi il Sacerdote ritorna in sacristia recitando il De Profundis.
Pag.79
LA MESSA “VECIA”(6)
Non so(7) da quanti anni non si canti più, certo da più d’un ventennio.
La “Messa vecia” era la più solenne e maestosa che ci fosse nel repertorio
della liturgia parrocchiale. Pare che Mons. Gelindo Moretton l’avesse
registrata, ma si sono poi perdute le registrazioni. Il Kyrie, tutto in
tonalità minore, con variazioni fatte a base di diesis e bemolle, esprimeva
la richiesta orante del perdono, che si ripeteva nove volte, alternando
uomini e donne. L’ultimo Kyrie era una esplosione di voci che cantavano
la misericordia del Signore. IL gloria si articolava tutto su tre o quattro
cadenze molto orecchiabili e popolari. Il credo scorreva via veloce, quasi
come recitativo, con frequenti frasi ripetute nel finale. Del Sanctus ricordo
pochissimo. Limpido è invece il ricordo dell’Agnus Dei. Intonatore primo
era quasi sempre Mèto de Marina(8). Lo vedo ancora appoggiato vicino
alla sede del celebrante, con gli occhi socchiusi, la bocca aperta solo a
metà, dare il via a tutta l’assemblea. Lo coadiuvavano i fabbriceri e
qualche giovanotto che cercava di dar man forte, seguendo a orecchio
l’andamento della melodia. Rispondeva il coro delle donne. Voci forti,
sicure, ma spesso sguaiate con vocali aperte. Ma c’era tanto cuore e
anche un certo vanto. Quando mai i giovani avrebbero appreso questa
bella Messa?
Da notare che una messa solenne come questa, con una predica di
lusso, durava non meno di un’ora e mezza. Ma, tant’è, eravamo abituati
a tempi simili. Chi non ricorda il canto dei mattutini, con le Lamentazioni
di Geremia Profeta, con le varie lettere greche di Aleph, Beth, Ghimel,
Daleth ecc.? E il famoso candelabro triangolare con le quindici candele
accese? Non si vedeva l’ora che fossero tutte spente per far rintronare
nella Chiesa le nostre “grèè”o “racole”. Faceva parte del rituale. Dopo il
“Christus factus est pro nobis oboediens” era prescritto di fare “fragor et
strepitus”. L’unica volta che si poteva infrangere il silenzio sacrale della
Chiesa.
Pag.80
NOTE PRATICHE SU “MENESTRA E CALIERE”(9)
Note Logistiche attuali:
Le “Caliere”(10) per cuocere la minestra
sono quattro:
- una proveniente dall’ex casel (latteria
turnaria) che ha una capacità di circa
100 litri;
- una donata dalla signora Argentina
Tizian da “Noncia”, circa 90 litri
(con brocca per riconoscerla);
- due acquistate dalla Cooperativa “al
casel” per “S. Dordi” 1991 (28 Aprile)
circa 80 litri.
Ci sono quattro “Calierete” per la
distribuzione della “menestra”: due
più grandi (circa 50 litri) e due
più piccole (circa 40 litri) tutte col
coperchio perché la “menestra” non si raffreddi troppo in fretta e sia
mantenuta l’igiene durante la distribuzione.
Ci sono quattro bastoni fatti per portare le quattro “calierete” di cui
sopra, quattro palette di legno col manico, per mescolare, prima i fagioli
cotti e dopo la “menestra” perché non “attacchi” al fondo delle “caliere”.
Questi attrezzi sono stati realizzati dalle sapienti mani dei fratelli
Giacomin “Scarperoi”(11).
Note culinarie.
Fino al 1972 erano due le famiglie incaricate di cuocere la “menestra”
e due le “caliere” usate.
Dal 1973 le famiglie sono diventate tre e tre anche le “caliere”.
Dal 1991 pur rimanendo tre le famiglie, le “caliere” sono quattro.
Con le tre “caliere” servivano 80 kg di fagioli e 4,5 kg di burro,
mentre con le quattro “caliere” si è passati a 100 kg di fagioli e 6 kg di
burro.
Inoltre 3 kg di cipolle “scalogne”(12) e importante, un sacchettino
La "banduia" con la crema di fagioli
pronta per la cottura nelle "caliere"
(paioli di rame).
Pag.81
contenente l’essenza dei sapori come
tramandato di generazione in
generazione che viene immerso in
ogni “caliera” all’inizio della cottura e
viene tolto dopo circa un’ora e mezza
e appena prima “de conzˆar la
menestra”(13) da parte degli esperti
“menestranti”.(14)
Per “conzˆar la menestra” s’intende:
aggiungere il burro, il pepe fino,
sale ed il succo del “desfrito”(15)
delle cipolle “scarogne”, preparato in
precedenza.
Naturalmente i fagioli vengono
raccolti nelle settimane che precedono
“el dì de S. Dordi”, dai componenti
delle tre famiglie alle quali spetta in
quell’anno “far la menestra”, vengono
Pag.82
poi “curai”(16) da mani sapienti ed anche attente che “no i abbia i bis”.(17)
Il mattino del sabato precedente la festa, gli esperti “menestranti” in
collaborazione con i componenti delle 3 famiglie, “mettono a bagno” e
poi fanno cuocere tutti i fagioli.
Quindi vengono macinati ancora caldi e dopo averli messi sulle
“banduie”(18) continuano a girarli finché questa pasta di fagioli non sia
completamente fredda.
Il rischio, se non si raffreddano in maniera omogenea, è quello che
possano “andar agri e dopo la menestra la sa’ odor”.(19)
Stesso discorso vale “par el brot della cotura dei fasui”(20) che viene
raffreddato con la medesima attenzione, a parte, dentro le “mastele”.(21)
La domenica della festa “de San Dordi” alle 3.00 o 4.00 del mattino
accensione dei quattro fuochi sotto le quattro “caliere” riempite secondo
la loro capacità con la pasta di fagioli “col so brot”.
In precedenza era stato messo “el brot” sulle “banduie” e girato il
tutto in modo da creare un perfetto amalgama “senzˆa potui”.(22)
Da questo momento il compito principale sarà quello di non smettere mai
e poi mai di “smisiar la menestra”.(23) Sarebbe un grande “disonore” se
proprio quell’anno dovesse “saer da brustolin”(24) quindi a turno i vari
Pag.83
componenti delle tre famiglie si alterneranno intorno alle quattro “caliere”
ed
al mantenimento regolare del fuoco sotto il vigile controllo dei super esperti
Rizzieri Bottegal e Maria De Cia, fino alla benedizione della “menestra” alle
ore 9.00, dal Parroco di ritorno, insieme ai “cappati” e ai devoti, dalla
processione da S. Giorgio a Ponterra seguita dalla S. Messa al “Pian dei mort”.
Dopo la benedizione solennne della “menestra” e del pane inizia la
distribuzione a tutte la famiglie del paese, compresi i masadori, da parte
dei “coscritti”, giovani ventenni in costume locale, con qualche deroga
vista l’impossibilità di avere ricambi, divisi in quattro gruppi di quattro
persone. Lungo il percorso i due cavalieri portano le “calierete” contenenti
la “menestra”, una dama distribuisce il pane benedetto e l’altra la
sacra pietanza raccogliendo l’offerta.
Gli itinerari sono 4:
1) lato destro a salire della via Agre da Dal Cortivo Claudio, campagna
di sotto, Marcui, Frati e Caporai;
2) lato sinistro a salire della via Agre da Pante Gianvittore, campagna di
sopra, Arestena e Noncia;
3) zona chiesa destra, via Agre destra a scendere, piazza, Mori, Contrada,
Lina e Sassi;
4) zona chiesa sinistra, via Agre sinistra a scendere, via Ponterra,
Travaser e Sentà.
Pag.84
ELENCO DELL’ULTIMO “GIRO FAMIGLIE”
Famiglie che “ha fat la menestra” dal 1944 al 2005
Era il 1943 quando nell’ultima abitazione (ora ex locanda da Ovidio)
la signora Dalla Torre Pierina, con un’altra famiglia tuttora sconosciuta,
cuoceva l’ultima “menestra de San Dordi” di un “giro” inziato non
sappiamo quanti anni prima.
Il “giro” attuale è inziato nel 1944 e l’elenco riproposto sotto è frutto
di lunga e laboriosa ricerca. La maggior parte dei dati sono esatti, tuttavia
qualche errore sicuramente esiste e ci ripromettiamo di correggerli per la
prossima edizione col contributo di chi vorrà segnalarci l’inesattezza e i
dati veritieri.
Pag.86
Famiglie che “ha fat la menestra” dal 1944 al 2005
Nota introduttiva:Dopo una lunga e laboriosa ricerca siamo riusciti a compilare
l'elenco qui sotto riproposto. La maggior parte dei dati è esatta, tuttavia
qualche inesattezza
sicuramente esiste e contiamo di sistemarla (magari per la prossima edizione)
col contributo di chi vorrà segnalarci l'errore ed i dati giusti.
Giro precedente fino al 1943 (alcuni anni segnalati)
Anno Famiglia Famiglia Famiglia Note
1933 Famiglie Gorza Da Sovramontino n.5 del 1933
1941 Prospero Giovanni "da Laz" Bottegal Erminia "della Calonega"
1942 Todesco Luigi De Marco Guido
1943 Dalla Torre Pierina (ved. Dal Cortivo)
Giro attuale iniziato nel 1944
Anno Famiglia Famiglia Famiglia Note
1944 De Cia Narciso "Marchet" Reato Melchiorre "da Sentà"
1945 De Cia Isidoro "Marchet" Giacomin Corona (Ved. De Cia)
1946 De Cia Carlo "Toni ost" De Cia Giacomo "Meto de Marina"
1947 De Cia Adelina (ved. De Cia) De Cia Pasqua (ved. De Cia)
1948 Prospero Teresa (ved. De Cia) Bottegal Santa
1949 De Cia Secondo e Giovanni De Cia Giovanni "Morosoca"
1950 Reato Paolo Reato Bortolo "Rech"
1951 Reato Alfonso Venso Filomena (ved. De Cia)
1952 De Cia Gaetano "Catuz" Reato Marieta "Spineleta"
1953 De Cia Vittore "Campaner" Giacomin Corona (Ved. De Cia)
1954 Bottegal Romano Domenico Corrent Assunta (ved. Gris)
1955 Bottegal Albino De Cia Vittoria (ved. Todesco)
1956 De Cia Baldassare e Melchiorre Tessaro Mario
1957 De Cia Maria de Ico (ved. Dalla Torre) Bee Aurelio
1958 Bee Giovanna "Nana" (ved. De Cia) Callegher Gemma (ved. De Cia)
1959 De Bortoli Alfredo Bottegal Riccardo
1960 Reato Evaristo Reato Semplicio "Venthat"
1961 Dalla Torre Guglielmo Tessaro Antonio "Lamonet"
1962 Reato Piero "Venthat" Reato Gaetano "Venthat"
1963 Reato Battista "Cargnel" Todesco Giovanni
1964 Gavoni Vittorio Zannini Siro
1965 Baron Melchiorre Dal Soler Maria "Miota" (ved. De Cia)
Pag.87
1968 De Cia Petronilla (Ved. Reato) Reato Vittore
1969 Callegher Angelo De Marco Guido e Remigio
1970 De Cia Vera (ved. Callegher) Tessaro Palmino ultimo anno "menestra" al 22
Aprile, la vigilia "de San Dordi"
1971 Callegher Carlo e Annamaria Callegher Bortolo 1° anno "menestra" alla
Domenica dopo il 23, "dì de San Dordi"
1972 Tessaro Maria (ved. Fontana) Todesco Giovanni Ultimo anno 2 famiglie e 2 "Caliere"
1973 Prospero Lisa e Santina Reato Gino Slongo Dante 1° anno 3 famiglie e 3 "Caliere"
1974 Reato Teresa (ved. Callegher) Baron Mario De Cia Florindo
1975 De Cia Giacinto Prospero Letizia Moretta Antonio 1° anno nuova baracca
(lamiere e tubi innocenti nuovi)
1976 De Cia Vittorio Prospero Luigi Bottegal Fausto
1977 Bottegal Ernesto Reato Lino Todesco Luigi e Pietro
1978 Tessaro Giorgio Campigotto Sergio Prospero Giorgio Luigi Ultimo anno nel
cortile delle famiglie
1979 De Cia Francesco Tessaro Giuseppe Reato Bianca (ved. Bottegal) Cortile del
Casel
1980 F.lli Reato Gildo, Mario, Giovanni De Cia Bianco Bottegal Valentino Cortile
del Casel
1981 Dal Cortivo Pietro Giacomin Gerolamo De Cia Ferruccio 1° anno presso
chiesa/scuole - Ripristino processione votiva con i "cappati"
1982 Reato Silvano Reato Luigi Reato Mario
1983 Prospero Nisio Prospero Albano Zannini Vittorio
1984 De Cia Graziano Reato Battista Reato Amedeo
1985 Reato Alda Reato Antonio Prospero Giovanna (ved. Pante)
1986 Bee Luciano Gorza Luigi Callegher Cirio
1987 Callegher Andrea Prospero Ettore Reato Andrea 1° anno dei "masadori"
1988 Bottegal Sergio Taddei Roberto Dal Cortivo Giovanni
1989 Facchin Piergiorgio Dalla Valle Antonio Reato Luciano e Fiore
1990 De Bortoli Lucio Antoniol Silvio Dalla Valle Vittorio
1991 Toigo Mario Tizian Amedeo Manfroi Bruno 1° anno 4 "Caliere"
1992 D' Incau Celestina (ved. Moretta) Dalla Corte Giuseppe Callegher Rosina (ved.
Dalla Torre)
1993 De Cia Domenico Loat Ugo Manfroi Bruno
1994 De Cia Gioacchino Taverner Graziano De Cia Luigino
1995 De Cia Giovanni Tomasini Gino Tessaro Mirella (ved. Slongo)
1996 Moretto Moris Campigotto Maurizio Zannini Giuseppe
1997 Slongo Luigino Slongo Franco / Leopolda e Giorgina Slongo Filippo (eredi)
1998 Bottegal Gianfranco Reato Graziano De Cia Luigia
1999 Slongo Enrico Slongo Ermes Slongo Armando
2000 Callegher Carlo Callegher Loris Bee Luciano
2001 De Cia Giovanni Fontana Franco Bee Gianfranco
2002 Piller Gilbert Tessaro Giovanni Dalla Corte Massimo
2003 De Cia Teresa Reato Adriano Reato Giovanni
2004 Moretta Giovanni De Cia Giovanni Padre Vito De Bastiani
2005 Dal Cortivo Semplicio Dal Cortivo Claudio Bottegal Virginio
Pag.88
I MASADORI
Fino al 1978 la tradizionale “menestra de S. Dordi” veniva preparata
da due famiglie all’interno dei cortili, ogni anno a rotazione la vigilia di
S. Giorgio, 22 aprile giorno del voto, seguendo un percorso predefinito,
che partendo dall’inizio del paese presso i “Marchet”, scendeva
verso la “Contrada”, la “Piazzola”, i “Poset”, i “Mori”(25), la “Piazza”, i
“Gorde”(26) e ritorno.
I “masadori” erano e sono le famiglie che abitavano all’estrema
periferia del paese pur rimanendo dentro i confini della parrocchia.
Risiedevano in luoghi spesso impervi dove sembra impossibile che intere
generazioni siano potute soppravvivere. Si tratta di località che gran
parte dei nostri giovani e perfino qualche anziano non conosce.
Per rinnovare la memoria, convinti di fare cosa gradita abbiamo
inserito la cartina che ne individua l’esatta ubicazione nel territorio.
Risale a quei periodo il famoso detto: “SORIVE PIGNATER O
TECIOTER” perché, attraverso le vie del paese il giorno del voto si
vedevano intere processioni di persone provenienti da ogni dove con
recipienti di qualsiasi genere che si incamminavano verso la chiesa di
S. Giorgio, dove, sembra che dopo la S. Messa e processione a Ponterra,
la minestra venisse trasportata per essere benedetta e distribuita ai paesani
e masadori. Questi ultimi esclusi dal “diritto-dovere” di preparare la
minestra avevano però il dovere di contribuire offrendo i fagioli secondo
il loro raccolto ed il numero dei componenti la famiglia.
Pag.91
ALTRE NOTIZIE
Fino agli anni ’50 - ’60 la raccolta dei fagioli era seguita con
impegno e attenzione dai fabbriceri(27), figure di spicco all’interno della
comunità cristiana del passato.
Essi avevano il compito di seguire le varie fasi della preparazione
della “menestra”, nonché l’ultimo assaggio per decidere il condimento
necessario alla buona riuscita dell’intera preparazione.
I fagioli erano di qualità “CALONEGA”.
Mentre il giorno del voto era dedicato alla preparazione e distribuzione
della “menestra”, il giorno “de San Dordi” aveva inizio con le funzioni
solenni nell’omonima chiesa, dove la messa vecia, ricorda Bottegal
Valentino, era cantata con orgoglio e passione dai fabbriceri e cantori più
anziani.
Era poi consuetudine pranzare con il sacerdote, i fabbriceri e un
rappresentante per famiglia al pranzo offerto dalla parrocchia.
Nel pomeriggio, il vespero cantato e la processione completavano le
funzioni religiose.
Dal 1981 si è deciso, per agevolare le persone residenti e gli emigranti,
di celebrare, la domenica successiva al giorno di San Giorgio, la
processione penitenziale la mattina alle 7.30, alle 8.00 la messa al Pian
dei mort e alle 9.00 la benedizione della “menestra”. Alle 11.00 poi si
celebra la messa solenne nella chiesa omonima.
La messa del voto invece viene celebrata il 23 aprile alle ore 20.00.
Non mancava in passato qualche bancarella per la gioia dei più giovani
dove si potevano trovare dai “bozolà”(28) alle “carobole”(29), dalle “stracaganase”(
30) ai “cuc”(31) e alle “sventole”(32).
Nel frattempo la vendita all’asta del formaggio e dei fagioli raccolti
oltre il fabbisogno continuava fino alle 17.00.
Il formaggio, ricorda ancora Bottegal Valentino, era prodotto dall’offerta
del latte che i soci della Latteria turnaria(33) di Sorriva portavano per
due giorni consecutivi al fine di ottenere il burro per condire la
“menestra”.
Il ricavato dell’asta veniva diviso in tre parti:
1\2 andava a coprire le spese della chiesa (olio per il Santissimo,
candele, acquisto paramenti sacri, manutenzioe, ecc);
1\4 serviva per celebrare le messe per le anime del Purgatorio;
1\4 andava per il sostentamento del sacerdote.
Pag.92
L’asta, in genere, era vinta da mercanti della “bassa” che, conoscendo
e apprezzando la bontà sia dei fagioli che del formaggio, cercavano di
accapparrarsi i prodotti genuini andondoli poi a vendere nei mercati
trevigiani.
Oggi i fagioli vengono raccolti dalle famiglie incaricate di preparare
la “menestra”. Gli abitanti del paese, in questi ultimi anni, hanno la
possibilità di scegliere se donare i legumi oppure in loro mancanza un
offerta in denaro. Questa opportunità è stata introdotta avendo riscontrato
che non tutte le famiglie coltivano i fagioli. Insieme al prezioso fagiolo o
offerta viene raccolta anche la “cotta”(34) un tempo usata per sostenere il
sacerdote oggi impegnata per il mantenimento degli edifici sacri della
parrocchia.
APPROFONDIMENTI
“La menestra de San Dordi”(35)
Non avevo mai capito di preciso quale collegamento avessero la festa di
San Giorgio, la peste del 1631 e la rinomata minestra che va sotto il
nome del Santo.
Pag.93
Mi era stato riferito che la minestra era il ricordo dell’alimento
rimasto ai sopravissuti all’orribile morbo. Ho voluto verificare. Mi sono
incontrato con due anziane sorelle di Sorriva, Caterina (classe 1897) e
Teresa (classe 1907) Moretta. Ecco quanto è emerso dai loro ricordi,
fondati nella tradizione popolare.
Peste e “menestra”
In seguito alla peste del 1631, a Sorriva era rimasta soltanto la
famiglia De Cia.
Tutti gli altri cognomi sono tornati dopo o sono stati importati nel
paese da fuori.
Perché cessasse il flagello, era stato fatto un voto solenne e molto
impegnativo: niente carne, uova e latticini in tutte le vigilie delle feste
comandate, nei tempi di penitenza (Avvento e Quaresima), nelle vigilie
delle feste della Madonna, degli Apostoli e di S. Giorgio.
Sfido i certosini a fare altrettanto!
Così, passato il pericolo, visto che di peste non si moriva più, ma che,
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a stretto regime, c’era il pericolo di morire di sfinitezza, quelli di
Sorriva
pensarono bene di farsi commutare il voto dal Pievano di Servo. Vi
andarono mogi, mogi, spiegarono il caso e ottennero una riduzione del
rigore penitenziale, Col passare del tempo, però, anche il voto cadde in
dimenticanza. Non ritornò la peste, ma la campagna si mise ad andar
male, al punto da non produrre più neppure fagioli, legume saporito ed
alimento base per la gente tanto da essere chiamato “la carne dei poveri”
per il suo alto potere nutritivo. I Sorrivesi, a pancia vuota, tornarono a
ricordarsi delle promesse fatte e non mantenute. Stabilirono, perciò, di
ritornare alla fedeltà a Dio con una vita più cristiana e, chiedendo al
Signore di non rimanere mai più senza fagioli, cominciarono, per la festa
patronale di S. Giorgio, a fare la minestra e a distribuirla fra le famiglie
in segno di solidarietà e di conversione, a ricordo della promessa fatta.
Caratteristiche della “menestra”
Così prese il via la “menestra” di S. Giorgio, quasi un voto nel voto,
atto di solidarietà fra la gente, segno di fiducia in quel Dio al quale
chiediamo: “dacci oggi il nostro pane quotidiano”. L’alimento consta
essenzialmente di due componenti: fagioli e burro, raccolti fra tutte le
famiglie del paese. Vengono usati 30 kg di fagioli e più di 4 kg di burro.
A questi, quale ingrediente aggiunto, si uniscono circa 2 kg di cipolline
“scarogne”, sale, pepe, salvia e rosmarino per fare il soffritto che
condisce e arricchisce il gusto della minestra. Non vengono usati pasta o
riso, mentre viene benedetto e distribuito del pane che si aggiunge alla
minestra, la quale si presenta come una crema densa, omogenea e gustosa.
La preparazione
Per avere pronta la minestra da scodellare la domenica mattina, il
lavoro comincia il venerdì. Tre famiglie a turno, “mettono a bagno”, fino
al sabato, in capaci mastelli i fagioli. Questi poi, vengono cotti e macinati
in modo da risultare completamente spappolati. A questo punto, sotto
una “pendana” o tettoia costruita per l’occasione e tutta addobbata, si dà
il via alla minestra vera e propria. Sono le due di notte della
domenica; in tre grandi pentole di rame (usate un tempo per il formaggio
o per il bucato), comincia la cottura. Le donne si alternano mescolando
in continuazione, perché la minestra non abbia ad attaccarsi alle pareti
Pag.95
delle pentole, prendendo il sapore di bruciato. I “fuochisti” alimentano la
fiamma, che non deve mai essere troppo violenta, sotto i treppiedi. Da
parte, viene preparato il soffritto che sparge nell’aria un gradito profumo.
Verso mattina
Sul far del mattino, mentre la gente si raduna nell’artistica chiesa di
S. Giorgio da dove muoverà la processione verso Ponterra, dove si trova
il cimitero degli appestati, le cuoche versano il condimento nelle pentole.
La minestra diventa sempre più densa. Alle 7,30 c’è la S. Messa degli
appestati, poi il ritorno. “Menestra” e pane vengono benedetti dal sacerdote.
Quindi, i coscritti, giovanotti e signorine ventenni, li recheranno di casa
in casa distribuendone ad ogni famiglia. “Menestra” e pane di S. Giorgio:
il segno della fraternità, dell’amicizia, del legame con la tradizione del
passato e con i valori, anche religiosi, che hanno cementato, da sempre,
il vivere della comunità. Due pentoloni saranno distribuiti fra i paesani.
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La minestra per i "foresti"
A Sorriva, c’è un notevole afflusso di villeggianti, particolarmente per
i mesi estivi. Molti si sono fatti amici di casa della gente del luogo. Poi,
ci sono i Sorrivesi emigrati. Per S. Giorgio, molti di essi ritornano in
paese: c’è festa, animazione, vitalità. Un buon pentolone di saporita
minestra è riservato per loro. Ci sono anche coloro che, non potendo
essere presenti, si raccomandano di non rimanere privi di questo segno
della comunità. Ed ecco che allora, in bottiglie e “gamele”, nelle
confezioni più impensate, sulle auto di amici che ritornano a Milano, in
Svizzera o in Germania, per ferrovia o per posta aerea, la minestra parte
verso i punti cardinali. È una specie di “comunione” con parenti ed amici,
è un segno di fedeltà alla tradizione, è un valore che non si vuole che
muoia, perché è anche segno di una somma di valori umani, civili e
religiosi, difficili da esprimere in parole, ereditati dai padri. È, tutto
sommato, un pegno di speranza in un futuro migliore.
Girando per Sorriva
Perché Sorriva è un paese vitale. L’ho notato, in questa incipiente
primavera, andando a raccogliere notizie. È un paese dove convivono in
armonia l’antico ed il moderno: la vecchia casa con i ballatoi stracolmi
di pannocchie esposte al sole e le case civettuole, rimesse a nuovo, con i
balconi fioriti. Non solo: ma sorgono come funghi le villette, segno di
sacrifici, ma anche di benessere della gente del luogo. E poi, c’è pace,
una pace indescrivibile, baciata da un sole meraviglioso, fra panorami
stupendi, su itinerari per passeggiate romantiche, fra gente laboriosa,
ospitale e discreta.
Fatto significativo
In località Ponterra, sul cimitero degli appestati del 1631, ora c’è un
giardino per i ragazzi, mentre, sotto una collinetta fiorita, recintata con
una croce in cima, riposano i morti di un tempo. È la vita che continua
e guarda con ottimismo al futuro.
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NOTE
(1) Nel testamento Moretta del 1595 (cfr. J.V. DE MAURIS, Inventario iurum et
bonorum
archipresbiteratus Santa Mariae Majoris, Archivio arcipretetale di Servo, 1741)
si
prescrive di cuocere la fava da distribuire ai poveri. L’usanza penitenziale era
quindi
parte della cultura religiosa del tempo.
(2) T. FONTANA, Il Sovramontino, 2000, n. 2.
(3) Questo stendardo usato tuttora durante la processione votiva ha sicuramente
sostituito
nel corso del XX secolo uno più antico con le stesse raffigurazioni risalente al
XVIII\XIV secolo ora custodito presso la cripta della chiesa di Santa Maria
Ausuliatrice in Sorriva.
(4) Concerto di campane fatto ancora a mano sul campanile della chiesa di San
Giorgio
tirando con forza i battocchi delle campane. Il maestro che da le melodie suona
la
campana piccola e quella mediana nella cella più alta mentre l’aiutante suona
quella
grande nella cella bassa. Attualmente è garantito da Tessaro Giovanni Battista e
Dal Cortivo Gianluigi.
(5) Associazione di fedeli nata per esercitare opere di carità e di pietà.
(6) Era la messa solenne cantata anche nel giorno del patrono San Giorgio.
(7) Don Vittorio Dalla Torre ricorda la maestosità della messa solenne che si
cantava a
Sorriva in occasione delle feste importanti (cfr. V. DALLA TORRE, Così come
eravamo, Feltre 1995).
(8) Giacomo De Cia sacrestano e cantore (1881-1978).
(9) De Cia Maria, sopraintendente da anni alla cottura della “menestra”,
descrive con
termini specifici e dialettali tutte le caratteristiche legate alla sua
preparazione.
(10) Grande paiolo di rame usato un tempo per fare il formaggio.
(11) Sono i fratelli Giacomin Pietro e Girolamo abili artigiani del legno.
(12) Cipolle tipo scalogne.
(13) Aggiungere burro, sale, pepe e il succo del soffritto preparato con le
cipolle.
(14) E’ un gruppo di persone che nel corso degli anni rimangono fisse per poter
sovraintendere alla buona riuscita della “menestra”. Si ricordano Slongo Maria,
Callegher Gemma, De Cia Maria e Bottegal Rizzieri.
(15) Soffritto.
(16) Fare la cernita dei fagioli buoni.
(17) Durante l’inverno i fagioli, se non tenuti in luogo fresco, possono essere
attaccati dal
tonchio.
(18) Casse di legno usate per la lavorazione del maiale.
(19) Se l’operazione non è svolta bene il preparato può prendere il gusto acido
e rovinare
la “menestra”.
(20) Liquido ricavato durante la cottura dei fagioli.
(21) Capienti recipienti di plastica.
(22) Senza grumi.
(23) Mescolare la “menestra”.
(24) Odore di bruciato.
(25) Rione abitato soprattutto dalle famiglie Callegher la cui casata è
denominata Mori.
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(26) Si riferisce alle famiglie Gorza.
(27) Persone di indubbie qualità cristiane, componenti la Venerabile fabbrica di
San Giorgio,
che aiutavano il sacerdote nella gestione economica e materiale della
parrocchia.
Oggi sono stati sostituiti dai consiglieri di amministrazione parrocchiale.
(28) Dolci a ciambella.
(29) Carrube.
(30) Castagne sbucciate e appassite.
(31) Fischietti colorati di terracotta a forma di uccello.
(32) Girandole.
(33) Latteria dove i soci si alternavano nella lavorazione del latte.
(34) Offerta in denaro o in prodotti della terra che veniva raccolta una volta
all’anno per
il sostentamento del sacerdote di Sorriva. Dal 1984, anno della revisione del
Concordato,
tale offerta viene destinata al mantenimento delle strutture religiose della
parrocchia
in quanto il sacerdote riceve il sostentamento dall’otto per mille destinato
alla Chiesa
Cattolica.
(35) G. CENGIA, Amico del popolo, 1981, n. 16.
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CAPITOLO III
I LUOGHI DELLA MEMORIA
La storia non è fatta solo di testimonianze scritte o di leggende ma
anche di luoghi ben precisi che sono la memoria visibile di quello che è
accaduto.
Il corteo storico religioso muove infatti dall’antica chiesa di
San Giorgio, la chiesa che ha raccolto le lacrime di quei disperati.
Prosegue quindi alla cappella di Ponterra, complesso di edifici costruiti
proprio per ricordare la peste del 1631.
Infine arriva al “Pian dei mort”, luogo di sepoltura lontano dal paese,
dove nel silenzio, rotto solo dal gioco dei bambini, riposano le
vittime della tragedia.
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LA CHIESA DI SAN GIORGIO
La chiesa di San Giorgio vigila da secoli sopra il paese di Sorriva dalla
sua verdeggiante collina rotonda al centro dell’altopiano Sovramontino.
Gli studiosi sono quasi tutti concordi nell’affermare che il colle sia di
origine glaciale e precisamente residuo di quel ghiacciaio divenuto poi lago
che milioni di anni fa’ ricopriva tutta l’ansa dell’odierno torrente Cismon.
Gli scavi archeologici effettuati durante il restauro della chiesa tra il
2000 ed il 2001 hanno confermato che la collina era frequentata da
uomini primitivi che lavoravano la selce come dimostrano i ritrovamenti
sparsi di questo materiale su un sito formato da terra e ghiaia.
All’interno della navata della chiesa sono venute alla luce testimonianze
murarie risalenti all’alto medioevo.
La porzione angolare di un muro molto spesso testimonia la presenza
di un’abitazione fortificata risalente al VI-VII secolo d.c.
I primi luoghi di culto
Tra il VIII e IX secolo d.c. sorge una piccola cappella con abside
semicircolare orientata ad Oriente.
Il muro settentrionale è inglobato oggi nella parete nord, mentre delle
altre pareti rimane solo il sedime.
Al centro di questo primo luogo di culto è stata trovata una grande
quantita’ di cocci di vasellame.
La cappellina era sicuramente dedicata a San Giorgio, Santo molto caro
al popolo Longobardo(1) abitante in queste zone che lo considerava già
patrono dei cavalieri.
Tra il X ed il XI secolo d.c. la cappella subisce notevoli trasformazioni.
L’aula viene ingrandita verso meridione e verso occidente mentre una
nuova abside semicircolare affrescata va a chiudere la nuova chiesa.
Nel XIII secolo l’abside semi circolare viene demolita per far posto
ad un presbiterio quadrangolare, coperto a crociera, con due finestre
gotiche rivolte ad oriente. I lavori vengono completati nel 1296.
Gli affreschi trecenteschi
Nel 1300 viene affrescata la navata, da pittori provenienti da scuole
diverse.
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La parete nord della navata, si è concordi nell’assegnarla a quel
“pictor vagabundis” imitatore di Tommaso da Modena che dipinse pure il
Santuario di San Vittore a Feltre.
A lui si deve il San Giorgio a cavallo che uccide il drago con la
principessa e la dolce Madonna in trono col Bambino.
Ad un pittore successivo quattrocentesco si devono i due santi senza
testa.
La parete sud è da attribuirsi ad un pittore di stampo cortese, probabilmente
legato alla cultura nordica imperiale.
Di lui si scorgono il corteo dei Magi ed un bel San Giorgio a cavallo
con mantello al vento e con la palma della vittoria.
La grande trasformazione
Durante il 1500 sono stati eseguiti grandi lavori e trovate prime testimonianze
scritte sulla chiesa.
Nel 1514 viene affrescata la volta a crociera del presbiterio con i
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Profeti e i Padri della chiesa racchiusi entro allegorie che si incontrano
nel monogramma di Cristo.
La firma viene posta da Andrea Nasocchio, pittore Bassanese, che
dipinge pure il San Giorgio a cavallo della parete nord del presbiterio.
Nella prima metà del 1500, il pittore feltrino Marco da Mel viene
incaricato di ridipingere la navata ricoprendo con la calce gli affreschi
trecenteschi.
Di lui rimangono il San Sebastiano all’angolo nord-ovest della navata,
le grottesche del cornicione e il bel San Antonio Abate al lato destro
dell’altare maggiore che ricoprì una delle due finestre gotiche.
Il Vescovo di Feltre Jacopo Rovellio (1581-1610), concluso il concilio
di Trento, si fa solerte esecutore dei suoi decreti visitando molte volte le
comunità e le chiese affidate alla sua giurisdizione.
A San Giorgio fa eseguire tutta una serie di opere di restauro: fa
innalzare la Chiesa, tappare la monofora rimasta, rifare il pavimento e
alzare la torre campanaria.
I lavori si concludono nel 1594 con il bel soffitto a travi alla
“tedesca”.(2)
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L’inventario dei beni della Pieve di Servo riporta che durante questo
secolo la Venerabile Fabbrica di San Giorgio era spesso senza soldi per
le innumerevoli spese da sostenere.
L’elegante sacrestia, coperta a crociera e rifinita a mormorino, si
presenta diversa dai soliti locali aggiunti destinati agli oggetti per il culto.
Essa risale alla fine del cinquecento o inizio del seicento e la raffinatezza
delle rifiniture fanno pensare ad altri usi alla quale fosse adibita.
Il seicento
Nel 1600 viene messo in opera il bel altare ligneo intagliato e dorato
che racchiudeva la pala di Marco da Mel (1538) raffigurante i santi
Giorgio e Vittore al cospetto della Madonna col Bambino.
Questa pregevole tavola, dopo essere stata conservata per anni presso
la nuova chiesa, è tornata alla sua originale collocazione.
Il pagliotto di cuoio decorato porta la data del 1631, l’anno della
peste, ed è il dono fatto dalla comunità Sorrivese per la commutazione
del voto. Nel presente l’altare si trova ricostruito in sacrestia con una
pala seicentesca di autore anonimo. La pala raffigura la vergine col
bambino tra i santi Vittore e Corona che osservano la severa scena di
San Giorgio che uccide il drago.
Gli ultimi secoli
Durante il 1700 viene demolita parte della parete nord e con essa
cancellato l’affresco dell’ultima cena per costruire una cappella poligonale
dedicata alla Vergine del monte Carmelo.
L’altare in marmi policromi porta la data del 1748, mentre le statue in
pietra tenera di Bassano risalgono al 1777.
Le due tele ovali della cappella e le statue lignee che adornavano
l’altare maggiore sono state trafugate nel 1978.
Dopo il 1786, anno nel quale la diocesi di Feltre perde il Primiero e
la Val Sugana, vengono meno quei traffici che avevano reso abbastanza
ricche le terre sovramontine.
L’apertura a fine ottocento della carrabile per il Primiero a valle
dell’altopiano, in sostituzione della storica via dello Schener, rende la
zona meno trafficata e più povera.
Al settecento risale il primo controsoffitto che crollerà nel 1930,
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sostituito da un altro. Quest’opera verrà eliminata completamente durante
i restauri avvenuti tra il 2000 e il 2002.
Nel 1933, in seguito al sopracitato crollo, vengono realizzati dei lavori
di restauro. Non solo la ricostruzione del controsoffitto ma anche il
completo rifacimento del pavimento con l’eliminazione delle lastre di
pietra del 1500 usate poi per la scalinata. Il pavimento si presenta in
parte costituito da una palladiana in parte da lastre di pietra.
Nei medesimi anni sono state acquistate e messe in opera le tre nuove
campane in sostituzione delle due precedenti.
Durante gli anni ’50 sono stati eseguiti i primi lavori di restauro che
involontariamente hanno portato alla perdita di gran parte degli affreschi
cinquecenteschi.
LA CAPPELLA DI PONTERRA
Ai margini meridionali del paese di Sorriva, prima che inizi il declivio
che porta alla ridente borgata di Sentà e quindi al laghetto Rodella,
sorge a lato della via l’ottagonale
tempietto dedicato alla Madonna delle
Grazie.
Le notizie sull’edificio e sulla
tettoia antistante sono scarne e confuse,
talvolta circondate da un alone di
leggenda.
Si racconta infatti che nel 1632 i
fratelli Tomio e Baldassare stessero
arando un campicello nelle vicinanze
dell’attuale sito.
Improvvisamente i buoi si rifiutarono
di proseguire l’opera.
I fratelli allora si ricordarono del
proposito fatto di costruire un sacello
a ricordo della pestilenza e attaccarono
i buoi ad un carro.
Gli animali subito iniziarono a
trasportare le pietre per la costruzione
del memoriale.
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Si sa con certezza che la prima costruzione risale al 1632(3). Dalla
foto si può osservare come fosse costituita da un’aula rettangolare la cui
copertura proseguiva poi sopra la strada andando ad appoggiarsi ad un
muro al lato opposto della via.
L’esterno si presentava grezzo mentre l’interno era intonacato.
Di questa primitiva struttura si sa pochissimo, perché non è mai stata
citata nei verbali delle visite pastorali anteriori al 1900 ne esistono lapidi
commemorative.
Per farci un’ipotetica idea di come fosse, sarebbe opportuno transitare
per la strada che da Arten sale verso l’antica chiesa, ora cimiteriale, e
proseguire lungo la via per incontrare edifici di dimensioni più piccole,
ma con le medesime caratteristiche costruttive.
Le cappelline constano, infatti, di un sacello la cui copertura attraversa
la strada formando una tettoia per i pellegrini che di lì sarebbero transitati.
Nel corso dell’ottocento viene innalzata la torre campanaria servendosi
di parte del muro meridionale dell’aula e acquistata la campana nel 1892
da parte delle famiglie De Cia.
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Nel 1912(4) l’aula rettangolare viene
completamente demolita; al suo posto
viene costruita una chiesetta ottagonale
coperta a cupola e acquistata la
statua della Vergine delle Grazie.(5)
Il tetto che copriva la strada viene
tolto lasciando solo una tettoia in
corrispondenza dell’antico muro orientale.
L’esterno si presenta decorato con
ornamenti che richiamano il neogotico,
quali le finestre o i cornicioni.
L’interno viene lasciato ad intonaco.
Nel 1979-1980 l’edificio viene
completamente ristrutturato. Tutti gli
ornamenti neogotici, eccetto le
finestre, vengono tolti. Sulla parete
nord, esterna del campanile, originariamente
interna all’aula rettangolare,
secondo le testimonianze visive, appaiono
sotto la calce scialbi di affreschi oggi perduti. Altre testimonianze
parlano di una Madonna con il Bambino dipinta. Questi fatti e il dipinto
sulla struttura antistante, testimoniano che l’antico sacello era in parte
decorato forse da un pittore di stampo popolare.
L’esterno viene recuperato con il sistema del “sasso a vista”, mentre
l’interno viene imbiancato; viene posta una nuova pavimentazione e un
nuovo altare.
Il tetto di lamiera zincata viene sostituito con il rame.
La cupola presenta un bel cielo stellato che ravviva l’atmosfera del
luogo sacro. A lato della statua si possono contare le innumerevoli grazie
che nel secolo XX la Vergine ha elargito al popolo sorrivese.
LA TETTOIA
Di fronte la chiesa rimane tuttora il memoriale della peste così detto
perché riassume tutto il dramma della pestilenza. La costruzione, che ha subito
innumerevoli rimaneggiamenti nel corso degli anni, era il muro orientale di
sostegno della tettoia. Sulla facciata principale nel 1931 è stata posta una
lapide
marmorea con dei versi poetici a ricordo del 300° anniversario della peste
offerta da Reato Paolo “Batistela” e De Cia Vittorio “Catuz”, in sostituzione
di una precedente. Appena sotto c’è il famoso affresco che rappresenta il
crudo momento della tragedia. I sopravvissuti con l’“anger”(6) trasportano i
morti al luogo della sepoltura. Tra le costruzioni si riconoscono la casa
padronale detta “de Meto de Marina”, sacrestano e cantore, con i semi
archi e finestre quadrilobate tuttora esistente in via Ponterra. Più avanti si
intravede il capitello dei “Marchet” nelle forme antiche sostituito da uno
moderno e il sacello di Ponterra.
L’affresco nella crudeltà dell’avvenimento descritto è l’unica
testimonianza visiva della peste del 1630-1631 nella Serenissima
Repubblica di Venezia.
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Il LUOGO DELLA SEPOLTURA
Il pievano Don Francesco Todeschi nella sua cronistoria(7) annota di
aver fatto riesumare i corpi degli appestati dal cimitero di San Giorgio e
averli fatti trasportare in un luogo fuori paese.
Nel voto(8) annota che la processione da San Giorgio deve concludersi
a Ponterra dove sono stati sepolti gli appestati.
Il catalogo della mostra “Venezia e la peste 1348-1797”(9) riporta
erroneamente che gli appestati venivano portati “fino al burrone, vicino
all’ansa del Cismon, per buttarli giù ed evitare così la diffusione del
contagio”. Tale affermazione va contro tutti i documenti storici.
Il luogo si chiama “Pian dei mort” e due tumuli raccolgono i cadaveri
degli appestati. Attualmente vi si trova il parco giochi, realizzato dal
Comitato pro Parco presieduto da Territorio Giorgio e i sepolcri sono
Pag.110
individuati dal pennone della bandiera e dal monumento circolare messo
in opera nel 1989 che ha sostituito una vecchia croce.
All’inizio del parco si trova anche il precedente cippo, dato da un
grosso masso di pietra con scalpellate delle incisioni, a ricordo
dell’infausto evento.
APPROFONDIMENTI
L’immagine(10) della peste
L’epidemia del 1631 determinò nel territorio sovramontino due
testimonianze visive.
1. Il capitello di Ponterra.
Il ritardo con cui il piccolo affresco del capitello fu segnalato agli
organizzatori della mostra Venezia e la Peste (Palazzo Ducale, 1980)
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impedì quell’opportuna valorizzazione che pur avrebbe meritato, al di là
quindi del fugace inserimento nel catalogo.
Il documento di Ponterra risulta essere l’unica testimonianza diretta e
vera del terribile flagello che, in genere, stimolò la commissione di
pale d’altare (sarà questo anche il caso di Servo) caratterizzate dalla
presenza di Santi “specifici” quali Rocco e Sebastiano oppure determinò
l’edificazione ex voto di chiese o santuari: in ogni caso, quali ne siano
stati gli esiti artistici, con l’impronta evidente dell’ufficialità.
A Ponterra invece sopravvive, pur dopo manomissioni cospicue e non
tanto vetuste, una traccia popolaresca in cui la peste compare realisticamente
nel suo aspetto più tragico e disarmante: la morte. Il piccolo
dipinto denuncia con evidenza l’incapacità tecnica del suo esecutore che
appare, per contro, dotato di una vena narrativa precisa ed arguta, pur
nella tragicità del contesto.
L’anonimo pittore ebbe dimestichezza con l’esecuzione di carte
topografiche illustrate; nel frammento di affresco, prima ancora
dell’immagine della peste, risaltano infatti i numerosi dettagli fotografici
annotati con pignola professionalità: le siepi sul ciglio delle strade e dei
viottoli, gli alberi, i prati, le case nonché tracce di didascalie esemplari
su modelli catastici.
Sulla via principale, appena coperto dalla siepe, si snoda il macabro
corteo: i “pizzegamorti” con volto pietosamente distolto, trascinano con i
lunghi bastoni uncinati verso la comune fossa i cadaveri degli appestati,
forse amici o parenti.
L’ingenua rappresentazione non trascura i particolari umani: lo sforzo
delle braccia tese, i dettagli delle candide camicie aperte sul petto,
berretti, stivali al ginocchio, ecc.
In tutto questo non v’è aria di solennità artificiosa o d’enfasi: la
povertà della documentazione e l’immediatezza del risultato sono la
misura di un dramma vissuto solo da poco, il cui ricordo brucia ancora.
2. La pala di San Rocco.
Il dipinto, in origine nell’omonima chiesa sopra l’abitato di Servo, si
conserva nella parrocchiale ed è opera del pittore Francesco Frigimelica:
(circa 1570 - dopo il 1649) particolarmente operoso nel territorio
Bellunese e Feltrino dove giunse nell’ultimo decennio del 1500; nel
1596 eseguì un pennello o stendardo per la Scuola di Santa Maria del
Pag.112
Prato; è forse opera sua anche la pala della Madonna del Carmine in
Cattedrale, mentre eseguì con certezza quelle di Travagola e di San Giacomo
(ora in Seminario); nella chiesa di San Rocco a Feltre si conserva una
pala analoga a quella Sovramontina con le immagini dei Santi Rocco e
Sebastiano cui già nel ’41 il Cogorani aveva aggiunto una Madonna
addolorata. È logico ritenere, pur in assenza di diretta documentazione
ma in base a caratteri compositivi e realistici, che i due dipinti legati alla
peste siano pressoché contemporanei e solo di poco successivi al 1631
che, come noto, fu l’anno dell’epidemia.
Le moltissime opere del Frigimelica ci indicano un artista provinciale
legato, formalmente, a modelli Vecelliani ripetuti schematicamente e
semplificati in una tavolozza per solito fredda e con un disegno inciso e
chiaramente definito al punto da far sembrare qualche immagine ritagliata.
Dedicatosi quasi esclusivamente a soggetti religiosi, solo di rado il
Frigimelica trattò il paesaggio riuscendo in questi casi, ad ottenere
frammenti gradevoli e non troppo convenzionali.
Così è ad esempio, per le due pale di San Rocco a Feltre e a Servo.
Quest’ultima raffigura (cm 108 x 180) i tradizionali protettori Rocco e
Sebastiano, dietro i quali il paesaggio pianeggiante si slarga in una
veduta ampia e luminosa, come dopo un improvviso piovasco, sino ad
una città lontana dalle bianche muraglie e dagli aguzzi profili dei monti
sullo sfondo.
Nel cielo, tra un nimbo dorato, la Madonna col Bambino; San Rocco
è raffigurato con i tradizionali attributi: il bastone, il cane, la gamba
scoperta per mostrare il bubbone pestilenziale.
San Sebastiano, ignudo e trafitto dalle frecce è definito anatomicamente
da un segno insistente ed atteggiato in posizione leziosa
sottolineata dai riccioli sulle spalle.
Nel complesso l’opera si rifà a soggetti bassaneschi che si possono far
discendere da modelli di Gianbattista e Leandro Bassano.
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NOTE
(1) Durante gli anni ’90 è stata ritrovata ai piedi del colle una fibula
longobarda.
(2) Le capriate non sono legate con il monaco (trave verticale posto
all’incrocio del
triangolo), ma da dei puntoni di ferro come nell’architettura germanica.
(3) G. CATTAROSSI, verbale visita pastorale, Archivio parrocchiale di Sorriva,
1942.
(4) G. CATTAROSSI, verbale visita pastrale, Archivio parrocchiale di Sorriva,
1942.
(5) P. TIZIAN, lettera autografa, Curia diocesana di Feltre, 1912.
(6) Attrezzo usato per la fruizione del legname in acqua costituito da un manico
di
legno con all’estremità un uncino di ferro.
(7) Cfr. P. MENGONI, Liber Matrimoniorum, Archivi Arcipretale di Servo,
1608-1689.
(8) J.V. DE MAURIS, Inventarium iurum et bonorum archipresbiteratus Santae
Mariae
Majoris, Archivio arcipretale di Servo, 1741.
(9) AA.VV., Venezia e la peste 1348-1797, Venezia, 1979.
(10) S. CLAUT, Amico del popolo, 1981, n. 16.
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CAPITOLO IV
RIPRISTINO DELLA PROCESSSIONE VOTIVA ANNO 1981
È costato lavoro andare a recuperare gli strumenti per il ripristino
della processione, ma con pazienza e con l’aiuto di persone, artisti del
loro mestiere, se ne è venuti a capo. Il percorso è quello indicato dagli
avi. Gli articoli che seguono sono la cronaca del 1981, 1982 e 1983
rivelata dal bollettino parrocchiale “Il Sovramontino”, che viene
riproposta integralmente.
CELEBRAZIONE(1) DEL 350° ANNIVERSARIO DEL VOTO A SAN GIORGIO
Ricorre quest’anno il 350° anniversario del voto di S. Giorgio. La
parrocchia, in collaborazione con il comune di Sovramonte, vuole ricordare
lo storico avvenimento con un nutrito calendario di manifestazioni
religiose, culturali e ricreative. Un apposito comitato è già al lavoro e,
non appena definito, il programma verrà fatto conoscere tempestivamente.
Anticipiamo per ora solo il bando del concorso indetto dal comune e
riservato agli alunni delle classi elementari e medie di Sovramonte.
Nella ricorrenza del 350° anniversario del voto per la peste abbattutasi
a Sorriva nel 1631, l’Amministrazione Comunale intende bandire un
concorso figurativo per gli alunni della Scuola media e delle Scuole
elementari di Sovramonte sul seguente tema: “Illustra con un tuo disegno
l’anniversario del voto collegando la tragedia della peste con la tradizione
della menestra de S. Dordi”. I tre elaborati migliori della Scuola media
e delle Scuole elementari verranno premiati e tutti i disegni verranno
esposti in una mostra presso l’aula magna della Scuola media in occasione
della festa di S. Giorgio.
È utile ricordare che la tradizione della minestra di S. Giorgio è ormai
conosciuta fuori i confini del nostro altipiano e che alcune pubblicazioni
si sono interessate ad essa. Nel libro “Venezia e la peste”, edito in
occasione della mostra omonima, allestita lo scorso anno nel capoluogo
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Veneto, è riprodotto l’affresco del capitello di Ponterra e vi si afferma
che è l’unica raffigurazione “veritiera” del fenomeno “peste” nel Veneto,
con i “pizzegamorti” che con l’uncino trascinano i cadaveri.
Il prof. Sergio Claut, preside del liceo Scientifico di Feltre, ha inoltre
trovata, nel libro “Note di cronaca” di D. Tomitano, conservato nella
Biblioteca del seminario di Feltre, confermata dal suddetto cronista del
’600, la data dell’epidemia: “1631: fu la peste crudelissima in Venezia et
tutto il Stado. Feltre restò illeso et così Cividale (Belluno): nel territorio
di questo patì molti villaggi et nel nostro solo Suriva in Sovramonte”.
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Nel 1931 il 300° anniversario fu ricordato con particolare solennità. A
ricordo fu murata nel capitello una lapide, che riporta alcuni versi,
certamente composti molto tempo prima:
Era Surripa un dì com’or fornita
d’abitatori, ove arridea fortuna,
quand’ecco dall’alto una peste infierita
serpeggia intorno, che d’estinti aduna
cumulo enorme; e già d’ognun la vita
sta in atto di troncar Parca importuna.
Tu che in tempo rimiri il crudo scempio
Paventa e trema al memorando esempio.
CARISSIMI(2) PARROCCHIANI
Il 26 aprile prossimo, come annunciato, celebreremo, con particolare
solennità, i 350 anni del voto di S. Giorgio, legato al tragico fatto della
peste che nel 1631, tra tutti i paesi del Feltrino colpì solo Sorriva. La
PESTE ricorda un’esperienza dolorosa e terribile che investì la nostra
Comunità: non fu l’unica, né certamente prima né dopo. Le epidemie
ricorrenti che decimavano la popolazione, le guerre con le distruzioni
che causavano, le carestie con la fame che inducevano, fanno parte della
storia di Sorriva ed hanno segnato profondamente il carattere della gente:
forte ed intraprendente, non facilmente succobe dello scoraggiamento, ma
decisa ad andare avanti, nonostante tutto. Il VOTO richiama invece la
fede dei nostri avi, che non è mai venuta meno lungo la storia della
nostra piccola patria, e che sempre ha costituito la fonte da cui trarre
forza e coraggio nelle avversità, gioia e serenità nei momenti prosperi.
Come già la festa dell’inaugurazione dei lavori di restauro della chiesetta
di Ponterra, anch’essa legata strettamente alla festa e al voto, fatta
l’agosto scorso, è stata momento di riscoperta delle radici cristiane della
nostra comunità, così il centenario che ci accingiamo a ricordare, vuole
contribuire ad approfondire ulteriormente i legami con la tradizione
cristiana, e attorno a questa ritrovare l’unità che è sempre stata, e
certamente lo potrà essere ancor di più per l’avvenire, condizione
necessaria per il progresso, non solo religioso, ma anche sociale del
nostro paese.
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UN(3) GRAZIE SINCERO
A SUA ECC. MONS. GIOACCHINO MUCCIN
Con la partecipazione di S. E. Mons. Gioacchino Muccin, la festa del
patrono S. Giorgio ha assunto, quest’anno, una solennità ed un significato
particolari. Nella persona del vescovo Gioacchino Muccin, che attraverso
i 28 anni di servizio pastorale in mezzo a noi ha scritto una pagina
della storia religiosa e non, della Chiesa di Feltre, abbiamo voluto vedere
un’anello della grande tradizione Cristiana che ha determinato lo svolgersi
della vita anche sociale, politica e culturale delle nostre popolazioni. La
sua non è stata dunque una semplice presenza di supplenza (anche se
egli, introducendo l’omelia a S. Giorgio, si è premurato di sottolineare
che l’invito di venire a Sorriva gli era stato rivolto dal Vescovo diocesano
mons. Maffeo Ducoli), ma una presenza carica di significato. Non so se
in un passato lontano qualche Vescovo abbia benedetto la “menestra de
S. Dordi”! Quest’anno questo è accaduto, ed i sorrivesi sono oltremodo
grati a S.E. Mons. Gioacchino Muccin per questa squisita cortesia che ha
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loro riservato, non solo, ma anche per le belle parole che ha loro rivolto
prima, al termine del rito della benedizione della “menestra”, poi, durante
la Messa solenne da lui celebrata a S. Giorgio. Alcune sono particolarmente
significative e costituiscono una consegna che dobbiamo valorizzare e
trasmettere integra a chi verrà dopo di noi. Rialacciandosi alla tradizione
così tipica e caratteristica della benedizione e distribuzione in ogni
famiglia della minestra e del pane, simbolo e segno questi di fraternità e
carità cristiana, il Vescovo ha così concluso la sua omelia: “Quello che
avete fatto voi dimostra che avete questa radice cristiana. Essa vale assai
più che la minestra ed il pane. È cibo spirituale. È nutrimento umano. È
spinta al bene. È motivo di fiducia e di speranza. Quindi non lasciate
morire la vostra usanza!”. La Comunità di Sorriva ha voluto già
concretizzare il suo grazie facendo dono a Mons. Muccin, durante
l’offertorio della Messa Grande, di un bellissimo disegno, raffigurante
S. Giorgio a cavallo che uccide il drago, opera dello scultore-pittore
Antonio Bottegal.
E SAN GIORGIO È…PASSATO(4)
... lasciando tutti soddisfatti. Ed a ragione, perché mai forse come
quest’anno un intero paese si è trovato così unito a celebrare la festa del
Santo patrono. Ciò vuol dire che l’impegno tenace e perseverante di fare
della festa di S. Giorgio un momento importante di aggregazione sociale
e comunitaria, riscoprendo meglio e rilanciando -mi passi l’espressionela
tradizione del voto e della “menestra”, sta dando i suoi frutti. Sul
precedente numero de “Il Sovramontino” avevo invitato i Sorrivesi
residenti fuori paese “ad essere qui con noi a festeggiare S. Giorgio,
magari preferendo la festa patronale alla Pasqua”; un invito che non mi
sarei mai aspettato venisse accolto da tanta gente. Così il giorno della
festa ho potuto rivedere volti noti ed incontrare persone che sono solito
incontrare d’estate o in qualche altra particolare circostanza. Una di
queste mi confessava che era da oltre dieci anni che non veniva per
S. Giorgio! Sorrivesi residenti, sorrivesi emigrati si sono ritrovati,
consolidando questi legami che la prolungata assenza e lo scardinamento
dalla propria terra d’origine rischia continuamente di tagliare o almeno
allentare, ma che si scoprono utili, agli uni per uscire un tantino
dall’ombra del proprio campanile che si ritiene sempre il più bello, agli
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altri per continuare ad assorbire dall’humus della propria terra quei valori
che nella nuova patria di adozione hanno permesso loro di inserirsi con
dignità e prestigio. Festa della “Comunità” dunque quella di S. Giorgio!
Lo hanno notato e ne sono stati ammirati i numerosi ospiti dei paesi
vicini che sono venuti ad assaggiare la “menestra” e a tentare… la fortuna
con i vari giochi disseminati nei diversi angoli della piazza. “Da noi -mi
confidava un foresto- si fa poco o niente, appunto per la mancanza di
collaborazione dovuta a tante piccole beghe, alle volte personali”. Non
vorrei tuttavia aver dato l’impressione di un paese -quello di Sorriva- da
… favola, dove tutti vivono concordi, contenti e felici! Se per S. Giorgio
c’è stata la collaborazione e questa è stata una nota distintiva, ciò non
significa che sia sempre così. Solamente ho voluto sottolineare come la
festa patronale ha fatto emergere una positiva presa di coscienza di una
comunità che nell’unità e nella collaborazione scopre e ritrova la parte
migliore di sé stessa: se siamo agli inizi, l’importante adesso è di
continuare su questa strada, allargando l’esperienza ad altri momenti
della vita comunitaria.
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LE INCOMPRENSIONI
In un paese piccolo, come Sorriva, non sempre è stato facile gestire la
festa patronale di S. Giorgio, sia quando era organizzata da un Comitato
Festeggiamenti che si affidava alla buona volontà dei partecipanti, che
successivamente quando, esauritasi l’azione di questo comitato è subentrata
la Cooperativa “Al Casel”.
Al di là di qualche contrasto sorto in passato ed ora appianato e risolto,
la tradizione continua con entusiasmo e collaborazione.
Per approfondire si rimanda agli articoli apparsi sul bollettino “IL
SOVRAMONTINO” e sul settimanale “AMICO DEL POPOLO”:
a) Il Sovramontino, n. 3, 1985;
b) Amico del popolo n. 18, 1991;
c) Il Sovramontino, n. 3, 1991;
d) Il Sovramontino, n. 3, 1993;
e) Il Sovramontino, n. 3, 1994;
f) Il Sovramontino, n. 4, 1994;
g) Il Sovramontino, n. 2, 1998;
h) Il Sovramontino, n. 3, 1998;
i) Il Sovramontino, n. 1, 1999.
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APPENDICE
23 aprile: San Giorgio Martire(5)
Il sepolcro di San Giorgio è a Lidda (Lod) presso Tel Aviv in Israele.
Viene onorato, almeno dal IV sec., come martire di Cristo in ogni parte
della Chiesa. La sua memoria è celebrata in questo giorno anche nei riti
siro e bizantino.
Etimologia: Giorgio = che lavora la terra (dal greco)
Emblema: Drago, Palma, Stendardo
Secondo la “prima” leggenda e i successivi ampliamenti, fin dalla
concezione San Giorgio è predestinato a grandi cose; la sua nascita porta
grande gioia ai genitori Geronzio, persiano, e Policronia, cappadoce, che
lo educano religiosamente fino al momento in cui entra nel servizio militare.
La data della nascita sembra doversi fissare verso il 280 tenendo
presente la data della morte (303) ed il risultato dell’esame scientifico
delle ossa appartenenti ad un individuo poco più che ventenne. Circa il
nome, Giorgio di Cappadocia non è da confondere con altri omonimi, né
con i vari Gregorio, e l’etimologia del termine (=agricoltore) ha dato
luogo ad originali commenti dell’analogo brano evangelico (Gio. 15,1-7).
Il nome tra il IV e V sec. si diffuse in Oriente, tanto che fu poi portato
da diversi sovrani della Georgia e successivamente dell’Inghilterra, nazioni
poste sotto la protezione del megalomartire. La sua professione di militare
sembra derivare dalla identificazione con il tribuno che strappò l’editto
di Galerio contro i cristiani in Nicomedia. Il martirio avviene sotto
Daciano imperatore dei Persiani (che però in molte recensioni è sostituito
da Diocleziano, imperatore dei romani), il quale convoca settantadue re
per decidere le misure da prendere contro i cristiani. Giorgio di
Cappadocia, ufficiale delle milizie, distribuisce i beni ai poveri, e, davanti
alla corte, si confessa cristiano; all’invito dell’imperatore di sacrificare
agli dei si rifiuta ed iniziano le numerose e spettacolari scene di martirio.
Egli viene battuto, sospeso, lacerato, e gettato in carcere, dove ha una
visione del Signore che gli predice sette anni di spade. Giorgio risuscita
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convertendo il “magister militum” Anatolio e tutte le sue schiere, che
vengono passate a fil di spada. A richiesta del re Tranquillino, il santo
risuscita diciassette persone morte da quattrocentosessant’anni, le battezza
e le fa sparire; entra in un tempio pagano e con un alito abbatte gli idoli.
L’imperatrice Alessandra si converte e viene martirizzata; l’imperatore lo
condanna nuovamente a morte, ed il santo prima di essere decapitato,
implora Dio che l’imperatore ed i settantadue re siano inceneriti; esaudita
la sua preghiera, Giorgio, si lascia decapitare promettendo protezione a
chi onorerà le sue reliquie.
La leggenda della fanciulla liberata dal drago per opera di Giorgio
sorse successivamente; sembra che il racconto di tale episodio sia nato,
al tempo dei crociati, dalla falsa interpretazione di un’immagine
dell’imperatore Costantino che si trovava allora a Costantinopoli. La
fantasia popolare ricamò sopra tutto ciò, ed il racconto, passando per
l’Egitto, dove S. Giorgio ebbe dedicate molte chiese e monasteri, divenne
una leggenda affascinante la cui diffusione fu probabilmente facilitata
anche da una scena (di cui un esemplare si trova ora al Louvre)
raffigurante il dio Horus, purificatore del Nilo, cavaliere dalla testa di
falco, con uniforme romana, in atto di trafiggere un coccodrillo tra le
zampe del cavallo. Inoltre, la qualità dei supplizi richiama la leggenda
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greca di Perseo e di Andromeda, e la celebre storia del drago, senza il
quale non possiamo immaginare la figura del santo, si legge in tutti i
suoi particolari nel Martirio di S. Teodoro.
Forse nessun santo ha riscosso tanta venerazione popolare quanto
S. Giorgio e, a testimonianza di ciò, sono le innumerevoli chiese dedicate
al suo nome: a Gerusalemme, a Gerico, a Beirut, a Costantinopoli.
Anche in Italia il culto a S. Giorgio fu assai diffuso. A Roma, Belisario,
nel 527 circa, affidò alla protezione del santo la porta di S. Sebastiano e
ai due santi insieme è dedicata la chiesa al Velabro.
Circa il patrocinio a San Giorgio ricordiamo ancora come il santo sia
stato scelto quale speciale patrono sia dai militari sia dai cavalieri. Venne
pertanto rappresentato in piedi con lo scudo o la lancia o a cavallo con
la lancia mentre trafigge il drago, salvando la principessa destinata al
sacrificio.
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PREGHIERA A SAN GIORGIO
O glorioso San Giorgio
che sacrificaste il sangue
e la vita per confessare la
fede, otteneteci dal
Signore la grazia di
essere con voi disposti a
soffrire per amor suo
qualunque affronto e
qualunque tormento,
anzi che perdere una sola
delle cristiane virtù; fate
che, in mancanza di
carnefici, sappiamo da
noi stessi mortificare la
nostra carne cogli
esercizi della penitenza
affinchè morendo
volontariarmente al
mondo e a noi stessi,
meritiamo di vivere a Dio
in questa vita, per essere
poi con Dio in tutti i
secoli dei secoli.
Così sia!
Pater, Ave, Gloria
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LEGGENDE
Tutti i popoli hanno le loro leggende che nel bene e nel male si
intrecciano con il reale corso della storia. Esse facevano parte del lungo
rituale che si celebrava nelle stalle durante i filò invernali.
Di seguito abbiamo voluto riportare due brevi storie legate alla peste e
alla devozione di San Giorgio.
Su Ponterra
Baldassarre De Cia (classe 1920),
ricorda che da bambino sentiva spesso raccontare la storia “de Pontera”:
“Mentre i due sopravissuti dalla peste del 1631, Tomio e Baldassarre
De Cia, con i loro buoi stavano arando i campi nei pressi di Pontera, i
due animali si fermarono rifiutandosi di proseguire e non fu sufficiente
farli riposare, offrir loro da mangiare e tirarli con forza.
All’improvviso i fratelli ricordarono che in una cava vicina, qualche
anno prima, erano state preparate le pietre per la costruzione di un
capitello che avevano con un voto promesso di costruire in memoria dei
morti della peste sepolti nel vicino “Pian dei mort”.
Staccato il vomero, essi attaccarono un carro e tutto il materiale fu
trasportato dove ora sorge la chiesetta.
Iniziarono così i lavori che, in brevissimo tempo, furono portati a termine.
Solo allora i buoi ripresero l’aratura e recuperarono il tempo perduto
e la terra non mancò di dare un abbondante raccolto”.
Su S. Dordi
Giovanni Battista Tessaro (classe 1942),
ricorda la famosa leggenda del “Crot de le Cros”: “Nelle vicinanze di
“SCALETA”(6) si trova un piccolo antro naturale dove all’interno e
tutt’intorno erano scolpite fino a qualche anno fa’ centinaia di piccole
croci, alcune ancora visibili.
A “SCALETA” oltre ad una bottega di fabbro e una segheria era attivo
fino al 1960 un mulino ad acqua che macinava il granoturco portato dai
Sorrivesi per ottenere la farina da polenta, sostentamento per le famiglie
nei secoli scorsi.
Si racconta che in periodi di grande attività, necessitava attendere
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anche qualche ora la propria farina; era perciò d’obbligo riprendere la
via del ritorno con il buio.
Il diavolo, che aveva la sua dimora fissa all’interno, seguiva i
malcapitati che transitavano vicino alla grotta e forava loro il sacco,
cosicché persa la farina lungo la strada, essi restavano a mani vuote.
Altre volte il diavolo posava dei rami e delle pietre lungo il sentiero
dove le persone, inciampando, rovinavano a terra con il sacco rotto, la
faccia e le ginocchia sbucciate.
Si racconta ancora che molti uomini avevano lavorato per settimane
tagliando legna da ardere e tronchi di abete che, ben accatastati nelle
vicinanze della grotta, erano pronti per il trasporto in paese.
Il mattino successivo trovarono tutto il legname a valle in mezzo al
torrente Ausor.
Disperati per questa situazione, essi interpellarono il Parroco ed insieme
decisero di celebrare una funzione solenne con processione attorno al
colle di San Giorgio per chiedere a “S. Dordi” di intercedere al fine di
neutralizzare e allontanare il diavolo dalla zona.
“San Dordi”, che con il suo coraggio e la sua forza aveva ucciso il drago
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e salvato la principessa, sarebbe stato sicuramente capace di salvare
Sorriva da questo dramma.
“San Dordi” non deluse la devozione dei Sorrivesi e qualche tempo
dopo comparve in sogno, assicurando che non c’era più alcun motivo per
cui temere, poiché egli, dopo aver ripreso il diavolo, lo aveva costretto a
scolpire con le unghie una croce per ogni cattiveria e dispetto che i
Sorrivesi avevano dovuto subire.
Mentre il diavolo scolpiva le croci, si scotto’ e si bruciò quasi le mani
con il fuoco che usciva dalla roccia.
Disperato, abbandonò la zona che da allora fu denominata come
“IL CROT DE LE CROS”.
Tuttavia non abbandonò però Sorriva testimonia, Angela Reato (classe
1930), che racconta: “Come il diavolo, si impadronì della stradina di
“Segon” che dall’incrocio della Strada Regionale per S. Rocco porta a
Zorzoi, sotto “el bosc dell’impero”, dove fino a qualche decennio fa
sorgeva una croce, mèta di rogazioni.
Qui, con le sembianze di un grande cavallo immobile a terra, non
permetteva a nessuno di transitare.
Alcune persone coraggiose non esitarono a farsi il segno della croce
davanti alla bestia che, incendiandosi, scomparve nel nulla e Sorriva
visse da allora i suoi giorni migliori”.
APPROFONDIMENTI
Culture venete: San Giorgio dei…fagioli
San(7) Giorgio patrono di cavalieri e uccisore di draghi, nel Veneto ha
un gran culto legato ai fagioli. Non è che questi fossero stato il cibo che
lo resero così forte, solo che vanno seminati nel giorno della sua festa, il
23 aprile. I contadini veneti infatti non hanno mai avuto problemi di
draghi, ma sempre quello della fame, alla cui soluzione le rustiche
proteine dei fagioli hanno dato un validissimo contributo. Lo sanno bene
a Sorriva di Sovramonte, nel Bellunese, dove ogni domenica successiva
al 23 aprile da trecento anni si celebra la “Festa dei fasioi”. Si ricorda
una pestilenza del 1631 che devastò queste zone, accompagnata da eccezionale
siccità. I pochi superstiti dovettero la loro salvezza soltanto ai
fagioli, che permisero loro di superare il terribile inverno che li seperava
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dai nuovi raccolti. Il rito di riconoscenza al fagiolo viene celebrato ancor
oggi nelle forme antiche. Ogni anno, tre famiglie diverse, cucinano enormi
marmitte di minestra fatta con fagioli (e burro) raccolti di casa in casa.
La minestra ha una preparazione particolare con due bolliture: la prima è
di purificazione, poi i fagioli vengono passati, in vista della seconda, a
fuoco lento. I “caldieri” di minestra vengono poi portati in chiesa per la
benedizione; cui segue la distribuzione di porta in porta da giovani
festosi con le più belle ragazze del paese nel costume tradizionale. Il
cerimoniale non è solo festa di ringraziamento, ma si collega anche a
vicende storiche precise. Il fagiolo, infatti, è un legume di origine
americana, introdotto nell’area feltrina da Piero Valeriano, celebre letterato
locale che lo aveva ricevuto in dono da Papa Clemente VII nel terzo
decennio del cinquecento. Sorriva di Sovramonte è a pochi chilometri da
Lamon, dove ancor oggi si produce la qualità senz’altro più pregiata di
fagioli, quelli a scorza sottile e polpa molto tenera nei tipi “spagnol” e
“calonega”. Ora, questo antico cibo dei poveri ha ritrovato una singolare
fortuna sulle mense ricche. Riscoperta dai migliori ristoranti, la nostrana
“menestra de fasioi” (con l’olio anziché con le cotiche di maiale) è
divenuta una ghiottoneria che ha ridato il massimo onore ai fagioli della
zona lamonese. Molto giustamente, quindi, Lamon celebra spesso il suo
prodotto tipico, anche con pubbliche manifestazioni gastronomiche
allietate da un celebre coro dal vastissimo repertorio, in cui entra sempre
però l’ “inno al fagiolo”.
Oggi è San Giorgio, la prima grande “ricorrenza” di aprile.
Il primo(8) grande santo di aprile è l’amato San Giorgio, la cui festa
cade il 23 del mese. Manca ogni certezza sulla reale esistenza di questo
martire, forse vissuto nel IV secolo ed originario della Cappadocia e
quindi la Chiesa considera la sua memoria facoltativa. Nota a tutti è
sicuramente la leggendaria lotta di San Giorgio contro il terribile drago
che, emergendo da un lago, pretendeva sacrifici umani da una città
sconosciuta, minacciandola altrimenti di sterminio con il suo alito venefico.
Le vittime erano estratte a sorte e quando toccò alla figlia del re, a
salvarla provvide Giorgio, cavaliere in armi che domò il mostro e lo
condusse in città, dove l’eroe rassicurò il popolo, dicendo d’essere
venuto a vincere il drago in nome di Cristo, affinchè tutti si convertissero.
San Giorgio risulta particolarmente venerato, unitamente a San Michele,
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in Valbelluna, verosimilmente in conseguenza della penetrazione Longobarda.
In diocesi le notizie della prima chiesa dedicata al santo risalgono
all’882: si tratta della demolita chiesetta bellunese di Vezzano, mentre già
l’anno 809 è attestata a Domegge l’esistenza di un altariolo di San Giorgio.
Oggi hanno il suo nome quattro parrocchiali (Domegge, Sorriva, Vignui,
Villabruna) e le chiese minori di Lamosano e Libano. Quest’ultima,
posta sopra Tisoi a 1300 metri di quota e restaurata 30 anni fa dagli
alpini, ebbe forse quale artefice un eremita che l’abitò e fu meta in
passato di devote processioni contro grandine e siccità o per invocare un
buon raccolto. Il culto di San Giorgio protettore dei cavalieri che veniva
peraltro invocato contro il diavolo, i serpenti e le malattie terribili come
la lebbra, la peste e la sifilide, pare talora intrecciarsi con antichi riti
propiziatori stagionali di origine pagana, legati alla coltivazione dei campi.
Del resto il suo nome, d’origine greca, significa “agricoltore”. E
proprio in prossimità della ricorrenza del santo cadevano alcune
importanti scadenze, relative all’uso del territorio ed all’organizzazione
del lavoro agricolo, come la concessione di pascolo sui terreni consortili,
che termina a San Michele (29 settembre) o l’inizio delle rogazioni.
Sono queste le processioni contadine con benedizione dei campi, fatte
per invocare l’aiuto divino affinchè il tempo fosse buono e il raccolto
abbondante. Ricordiamo infine la tradizione della minestra di San Giorgio,
tuttora viva a Sorriva di Sovramonte, abbellita da affreschi cinquecenteschi
del bassanese Andrea Nasocchio. Durante la festa patronale si distribuisce
ancor oggi in paese una minestra di fagioli in ricordo della grave carestia
e della peste superate nel 1631 ricorrendo al prezioso legume cresciuto
abbondante grazie all’intercessione del santo.
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NOTE
(1) IL SOVRAMONTINO, articolo interno, 1981, n. 1.
(2) N. MARCHET, Il Sovramontino, 1981, n. 2.
(3) N. MARCHET, Il Sovramontino, 1982, n. 3.
(4) N. MARCHET, Il Sovramontino, 1983, n.2.
(5) P. BARGELLINI, I santi del giorno, Firenze 1959.
(6) Località a valle del paese di Sorriva, vicina al torrente Ausor. Si può
vedere nella
foto dei Masadori.
(7) S. ZANOTTO, Il Gazzettino, 1991.
(8) G. LARESE, Il Gazzettino, 2004.
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BIBLIOGRAFIA
Fonti inedite
FELTRE, ARCHIVIO DIOCESANO
• Lettera di richiesta benedizione chiesa di Ponterra, Sorriva 2 giugno
1912.
• ANONIMO, Gravezze e colze, Feltre 1631.
SERVO, ARCHIVIO ARCIPRETALE
• MENGONI (Pompilio), Liber matrimoniorum, Servo 1608-1689.
• DE MAURIS (Joanne Vittore), Inventario iurum et bonorum archipresbiteratus
Santa Mariae Maioris, Servo 1741.
SORRIVA, ARCHIVIO PARROCCHIALE
• CATTAROSSI (Giosuè), Quaderno di visita Pastorale, Sorriva,
1942.
SOVRAMONTE, BIBLIOTECA CIVICA
• Notizie raccolte dagli studenti del Liceo Scientifico G. Dal Piaz
anni (1975-1976)
Fonti edite
• IL SOVRAMONTINO, bollettino interparrocchiale, dall’anno 1981
all’anno 2004.
• AMICO DEL POPOLO, settimanale diocesano, dall’anno 1981
all’anno 1991.
• IL GAZZETTINO, quotidiano, dall’anno 2001 all’anno 2004.
Pag.134
Studi
• AA.VV., s.v. Malattie infettive e parassitarie, in Trattato italiano di
medicina interna, IV, Roma 1961, 504.
• AA.VV., Venezia e la peste 1348-1797, Venezia 1979.
• BARGELLINI (Piero), I santi del giorno, Firenze 1959.
• CAMBRUZZI (Antonio) - VECELLIO (Antonio), Storia di Feltre,
Feltre 1875.
• DALLA TORRE (Vittorio), Così come eravamo, Feltre 1995.
• FACEN (Jacopo), Estratto da La gazzetta medica italiana, serie VII,
Tomo VI, Lombardia 1874.
• POLI (Giorgio) - COCUZZA (Giuseppe) - NICOLETTI (Giuseppe),
Microbiologia medica, Torino 1993.
Pag.135
INDICE
PRESENTAZIONE . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . pag. 3
PREFAZIONE . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . » 5
INTRODUZIONE . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . » 7
CAPITOLO I La storia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . » 11
CAPITOLO II La tradizione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . » 59
CAPITOLO III I luoghi della memoria . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . » 99
CAPITOLO IV Ripristino della processione votiva, anno 1981 . . . . . . . . . . »
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APPENDICE . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
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BIBLIOGRAFIA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
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Si ringraziano tutti coloro
che con fonti orali, scritte e foto,
hanno collaborato
alla stesura di questo libro.
Si ringrazia la parrocchia di San Giorgio Martire,
il Comune di Sovramonte
e tutti gli Enti che hanno e che vorranno collaborare.
Finito di stampare
«Tipolitografia Beato Bernardino» - Feltre, Aprile 2005